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giovedì 13 maggio 2010

Un "repubblichino" testimone del Massacro di Setif, tragedia narrata nel film "Hors la loi" presentato a Cannes

Oggi si parla di nuovo del "Massacro di Setif" grazie al film in concorso a Cannes "Hors la loi" di Rachid Bouchareb; testimone di quella tragedia fu Pierluigi Tajana, artigliere alpino prima dell'8 settembre e poi nel Battaglione Barbarigo della Decima MAS, prigioniero in Algeria nel POW Camp 211. Ecco la sua testimonianza, tratta dal suo libro di memorie Il bocia va alla guerra, edito dall'Associazione ITALIA:


Tajana (secondo da sx) sul fronte greco.

Un giorno, di prima mattina, vedemmo passare lungo la strada principale che portava a Costantina, alla massima velocità, camionette, Jeep e autoblinde cariche di soldati. In cielo vedemmo moltissimi aerei e dopo poco sentimmo il rumore di intensi bombardamenti. Ci chiedevamo se fosse stata un’esercitazione; il tutto durò un paio d’ore, poi cessò. Dopo due giorni riuscimmo a sapere cosa era successo dai Padri Bianchi francesi, frati dal saio bianco, probabilmente dell’ordine benedettino, che venivano da noi per assistere i credenti e dire messa. Quel mattino erano molto agitati. Ci raccontarono che a Costantine, una cittadina a duecento chilometri circa da Algeri, c’era stato un massacro di qualche centinaio di arabi. Il finimondo era dovuto a motivi prettamente politici; gli inglesi, alla fine delle ostilità ritenevano che l’Algeria dovesse acquisire la libera nazionalità ed avevano fornito segretamente delle armi. Accordi successivi sancirono che l’Algeria sarebbe rimasta soggetta al governo francese. Gli arabi, insoddisfatti da quel voltafaccia inglese e, per di più armati, erano un continuo pericolo per la presenza Alleata. L’azione di Costantine fu un metodo efficace per rendere attivo il bando di qualche giorno precedente relativo all’obbligo della consegna delle armi da guerra. La pena era il carcere. A Costantine, a seguito della festa del ramadan, si erano adunati gli armati arabi, per dimostrazioni militari; le truppe francesi, che noi avevamo visto passare e sentito poi sparare, fecero uno scempio di quel raduno. Ebbi l’occasione di leggere in quei giorni un giornale algerino scritto in francese; la notizia dell’eccidio di Costantine non era in prima pagina, ma all’interno con titolo: I moti di Costantine troncati sul nascere. Poche righe di commento, nessuna recriminazione. In pochi in Europa penso siano venuti a conoscenza di quel massacro perpetrato a guerra finita [l’otto maggio 1945, a Sétif, località vicino a Costantine, una parata di indipendentisti algerini sfociò in dei disordini che furono duramente repressi dai francesi, che spararono sulla folla uccidendo alcune centinaia di dimostranti. A ciò fecero seguito diversi attacchi degli arabi, che uccisero 102 europei. L’esercito francese entrò allora in azione, uccidendo, secondo le stime più attendibili, dai seimila ai ventimila algerini (in massima parte non coinvolti negli attacchi contro i francesi) a Sétif e Guelma, vicino a Costantina, sia in diversi scontri, condotti anche con l’appoggio aereo, sia con rappresaglie contro intere comunità algerine. Il governo francese ha riconosciuto questi crimini commessi dalle sue FF.AA. solo nel 2005, quando furono definiti una “tragedia ingiustificabile”, NdC].

Dal libro Il bocia va alla guerra, edito da Associazione ITALIA.
Copyright Associazione ITALIA. Tutti i diritti riservati.

mercoledì 18 marzo 2009

La bandiera del Barbarigo






Ringraziando l'Aus. dell'ENR Carla Piccoli e il suo caro nipote Giorgio, postiamo queste strofe che ci fanno rivivere le ultime ore di guerra del Barbarigo... un frammento della bandiera fu donato dal Ten. Tajana a Carla Piccoli, in memoria del fratello caduto, Ten. Alberto Piccoli.

venerdì 27 giugno 2008

Lo stendardo della 4a Cp Mortai, aprile 1945




Dalle memorie di Pierluigi Tajana:

Era ormai l’imbrunire e c’invitò a riunire i nostri reparti in un prato vicino al ponte di Bassanello, in località Pra’ della Valle. Alle prime ore del mattino avremmo dovuto raggiungere Padova per la resa e per essere riconosciuti prigionieri di guerra alle dipendenze delle truppe inglesi. Il comandante De Giacomo ci fece un commovente discorso e disse che quello non era 1’8 settembre, che la guerra era ormai finita per tutti, e di essere fieri di essere appartenuti alla Xa MAS. Finimmo con il grido “Decima marinai!”, “Decima comandante!”. Quella sera la Xa era “rientrata in porto” con l’onore delle armi. Fummo tutti presi da un’immensa tristezza. Ero assillato da un dubbio tremendo: secondo il codice d’onore militare esiste l’obbligo, sia per un soldato semplice che per un ufficiale, di non farsi prendere, quando é possibile, prigionieri. D’altra parte avevamo assicurato all’Ufficiale inglese che saremmo rimasti uniti e preparati per il giorno successivo per consegnarci ai comandi inglesi a Padova. Non sapevo come comportarmi. Del resto tutte le forze armate italiane si erano arrese, il governo italiano non esisteva più. Mussolini era stato fucilato. Se fossi scappato, dove sarei potuto andare a finire e cosa sarebbe successo ai miei Marò. Decisi di rimanere ed accettare quello che la sorte mi avrebbe prospettato. Non fu una notte felice. La 4a Compagnia aveva uno stendardo. Lo dividemmo in tanti pezzetti in modo da poterli distribuire ai centotrenta, centoquaranta superstiti. Sono riuscito a conservare quel pezzetto di stoffa, malgrado tutte le traversie subite durante il periodo di prigionia. Lo possiedo ancora e quando mi capita fra le mani, si scatena nella mia mente un fiume di ricordi che mi fanno domandare: “Se un giorno mi trovassi nelle stesse condizioni di allora, e senza le conoscenze di oggi, come mi comporterei?”. La risposta é sempre la stessa; farei le stesse cose di allora. Sono certo che se avessi seguito un’altra condotta la mia coscienza ne sarebbe stata scossa.
Quel "pezzetto della Xa" fu, anni dopo, donato da Tajana a Carla Piccoli, Ausiliaria della GNR e sorella del Tenente Alberto Piccoli, della Cp Mortai del Barbarigo, caduto sul S. Gabriele, e amico fraterno di Tajana e del Tenente (poi Generale dell'EI) Giorgio Farotti. Carla Piccoli ha voluto farci un omaggio toccante donandoci a sua volta quel lembo e le storie che vi sono intorno, dalla memoria di suo fratello e del Tenente Tajana, a tutti i marò del Barbarigo.

Un riconoscimento che vale più di mille parole ai nostri modesti sforzi nel preservare la memoria dei combattenti del Barbarigo e della Xa.

Cogliamo l'occasione per ringraziare e salutare l'Aus. Carla Piccoli, la sua bella famiglia, e il nipote Giorgio Zett, autore di un DVD di foto e filmati sul Campo della Memoria, e l'amico e socio Mauro Decorlati! Grazie a lui abbiamo anche potuto visitare il nostro carissimo amico Giulio Ronchi, marò della Cp. Mitr. del Barbarigo, che ci ha aiutato fattivamente in più di una occasione, e la sua simpaticissima moglie!

domenica 15 giugno 2008

I libri dell'Associazione ITALIA



I libri editi dall'Associazione sono posti in vendita per autofinanziare le attività della stessa. Enti o Associazioni con finalità simili possono richiedere una copia omaggio.

Per info e acquisti:
ars_italia@hotmail.com

Clicca sui link sottostanti per visualizzare le schede dei libri:


Libro: Emme rossa!
I Battaglioni M nella campagna di Russia, 1941-1943

Libro: Ricordi di un'Ausiliaria
Con il Barbarigo da Roma al Fronte Sud

Libro: Marò a sedici anni
Con la Divisione San Marco in Liguria, 1944-1945

Libro: BOMBE SU PALERMO
Cronaca dei bombardamenti aerei 1940-1943
Il libro è disponibile nelle librerie specializzate in tutta Italia, e a Palermo nelle librerie Broadway, Feltrinelli, Flaccovio e Kalós.

Libro: LA BATTAGLIA DEL SOLSTIZIO
La battaglia del Piave, giugno 1918

Libro: PASSO UARIEU
Le termopili delle CC.NN. in Etiopia

Libro: IL MARE NEL BOSCO
Sui MAS nel Tirreno, 1943-1945

Libro: IL BOCIA VA ALLA GUERRA
Un artigliere Alpino dalla Grecia alla Decima MAS

Libro: UNA VITA COME TANTE ALTRE
Dall'AOI alla Monterosa in Garfagnana

Libro: SOTTO TRE BANDIERE
Il Generale Giorgio Farotti REI-Decima MAS-EI


Libro: IL CAMPO DELLA MEMORIA
Storia del Cimtero di Guerra del Btg Barbarigo a Nettuno

Libro: CAMERATA TAVIANI PRESENTE!
Cronaca semiseria dei voltagabbana italiani, politici e intellettuali

Info e ordini:
ars_italia@hotmail.com

Distribuzione

Potete trovare i nostri libri presso:

Milano
La Libreria Militare
Libreria Hoepli
Libreria Rizzoli
Roma
Libreria Europa
Massa
Libreria Gasperini

Distribuzione:
Lombardia
Ritter
Piemonte
Novantico
Toscana
Editoriale Lupo
Lazio
Settimo Sigillo
Italia
Tuttostoria
Libreria Storica Vaccari

lunedì 4 febbraio 2008

L'ultima battaglia


Pierluigi Tajana, secondo da sinistra, in Grecia nel 1941.


Un mortaio da 81mm della Decima sul fronte Sud, 1945.

Capitolo tratto da "Il Bocia va alla guerra", le memorie di Pierluigi Tajana, 4a Compagnia Mortai, Btg. Barbarigo.

Fronte sud, aprile 1945

Trascorsi il mese d’aprile come un sonnambulo, di giorno, spostandomi dal Battaglione alle postazioni dei mortai, di notte, al comando tedesco per informarli della situazione dei mortai e ricevere eventuali nuovi ordini. In pratica non dormivo mai e sarei crollato se, malgrado lo strombazzamento radiofonico, non fosse giunto l’ordine di ripiegare. Eravamo tutti stupiti dalle tattiche tedesche. Combattevano di notte, con la loro “sega di Hitler”, ossia la mitragliatrice Maschinengewehr 42, o con il terribile Panzerfaust, arma anticarro distruttiva, leggerissima, che poteva essere data in dotazione al militare in pattuglia. Ciò che era ancora più sorprendente era la serietà e la disciplina con cui affrontavano ogni avvenimento. Quando tornavano dopo un’azione, avevano spesso con sé i feriti che non si muovevano finché non avessero ultimato il rapporto, poi finivano in barella e potevano essere inoltrati negli ospedali da campo. Fortunatamente alla nostra Compagnia non venne mai ordinata un’azione di pattuglia; avevamo un armamento troppo inadeguato. Ci eravamo liberati dei mitra totalmente inservibili e li avevamo sostituiti con fucili, meglio se tedeschi, come il famoso Mauser, dal suono caratteristico come il Ta-Pum austriaco. Il nostro ’91 aveva invece un suono molto secco. La mitragliatrice Maschinengewehr 42 aveva un urlo lacerante che faceva paura. Era chiamata la sega di Hitler, perché aveva una celerità di tiro tale da segare un albero. Ogni arma aveva un suono diverso. Comin-ciammo a ritirarci, ma i nostri automezzi erano per lo più inutilizzabili a causa dei bombardamenti, quindi, per non portare tutto a spalle, fummo costretti a requisire dei carri che erano trainati da mucche perché cavalli e buoi in Polesine non esistevano più. Eravamo proprio l’armata Brancaleo-ne, ma più ci ritiravamo più ci armavamo, raccoglievamo armi da tutte le parti e ormai possedevamo un buon numero di Maschinengewehr e Pan-zerfaust. Ci ritiravamo in perfetto ordine, malgrado l’inesistenza dei mezzi di trasporto. Una mattina, all’alba, fummo individuati da una squadriglia di caccia, che mitragliò la nostra colonna. Fortunatamente li scorgemmo per tempo, i Marò riuscirono a salvarsi, ma le povere mucche furono maciullate. Fu la manna per i contadini del posto che non vedevano carne da un bel po’ di tempo. Ci ritiravamo sulla direttiva Massa Lombarda, Valli di Comacchio, Codigoro e Ariano. Dovevamo attraversare il Po. Era tutta un’incognita perché i ponti di barche erano stati distrutti. Sapevamo che esistevano barconi privati, ma nessuno ci dava indicazioni ed i proprietari erano irreperibili. Senza l’abilità dei miei marò liguri, maestri d’attività marinare, con alla loro testa Giussani, ci saremmo dovuti fermare. Essi furono sguinzagliati alla ricerca d’imbarcazioni, e il primo ad arrivare fu proprio Giussani, che cominciò a trasbordare le armi, poi arrivarono anche altre barche. Io fui l’ultimo a compiere la traversata. Avevamo gli Alleati alle calcagna, ma non si avvicinavano tanto da poter essere sotto tiro. In fondo il sogno d’ogni co-mandante è vincere la guerra senza subire perdite. Gli Alleati se lo potevano permettere! Eravamo sfiniti ed affamati quando giungemmo presso Adria, dove svegliammo il podestà e pretendemmo un pasto caldo. In quel modo ci rifocillammo e potemmo riposare dodici ore. Avevamo ricevuto l’ordine di ripiegare a Padova e da li raggiungere Vicenza e Thiene. A quel punto avremmo dovuto attraversare anche l’Adige; speravamo che il ponte a Cavarzere, pur terribilmente danneggiato, per-mettesse ancora il transito, in caso contrario sarebbero stati guai seri. Le truppe Alleate avevano sfondato un po’ dappertutto; in effetti non si pote-va parlare di sfondamento perché in quelle ore i tedeschi, prima di noi, avevano saputo che il Generale Wolff si era arreso a Milano, quindi si ri-tiravano con la massima celerità verso nord, lasciando sguarnite le linee di difesa. Contro di noi era schierata l’8a Armata inglese con elementi ne-ozelandesi ed anche reparti del Corpo di Liberazione italiano, i cosiddetti cobelligeranti. Era il 26 aprile e nessuno di noi sapeva che il 25 era stata firmata la resa di Graziani, e che Mussolini e molti gerarchi erano stati fucilati. Di strano c’era solo il fatto che durante la notte tutti i paesi del Polesine brillavano di luce. Per loro non esisteva più l’oscuramento. Noi eravamo giunti ormai a Cavarzere con grosse difficoltà e speravamo che il ponte fosse agibile. Il pericolo era costituito dall’aviazione, poiché gli Alleati avevano cessato il fuoco con le artiglierie. Ci separava dall’Adige solo un lungo rettilineo, ma ad un tratto vedemmo profilarsi le sagome di due grossi mezzi corazzati nemici. Tememmo l’accerchiamento. Diedi subito l’ordine di gettarsi al riparo dell’argine, che, fortunatamente, fian-cheggiava la strada, e feci aprire contro i carri tutto il fuoco possibile. Sa-ranno stati più di cento fucili ’91 e Mauser, qualche mitragliatrice e Ma-schinengewehr, purtroppo con scarso munizionamento. I mortai non era-no invece a disposizione. Fu comunque un fuoco impressionante come intensità e precisione. Certamente i proiettili non forarono le lamiere dei corazzati, ma li indussero ad allontanarsi con la massima celerità. Si levò un grido di esultanza. Diedi immediatamente l’ordine di proseguire con la massima velocità. Assistette a questa nostra fulminea reazione il coman-dante Di Giacomo, dal quale dipendeva tutta la Xa su quel fronte. Ci fece un elogio sperticato. Il ponte era fortunatamente praticabile, anche se con difficoltà e in fila indiana. Trasportammo tutto l’armamento possibile, compreso il munizionamento. Dovemmo abbandonare però parecchio materiale. Eravamo, in ogni caso, un reparto efficientissimo ed oltremodo disciplinato. Era la mattina del 28 aprile e proseguimmo alla volta di Conselice. Facemmo una breve sosta e raggiungemmo Albignasego. Capimmo che qualcosa era cambiato perché la poca gente che c’era lungo la strada ci guardava come se fossimo dei pazzi. Vedemmo sul ciglio della strada dei civili morti e pensammo ci fosse stata qualche rappresaglia, ma l’unico nostro scopo era ormai raggiungere Thiene. Eravamo ormai fuori dalla realtà, ma per noi nient’altro aveva importanza. Arrivò una macchina con un’enorme bandiera bianca. Erano dei borghesi, con un tedesco della Wehrmacht, che volevano discutere con chi ci comandava. Il comandante Di Giacomo li ricevette. Si presentarono come rappresentanti del Comitato di Liberazione di Padova, il famoso C.L.N., di cui non conoscevamo neanche l’esistenza. Chiesero che venissero deposte le armi e che accettassimo di arrenderci. Di Giacomo rifiutò il loro ultimato ed affermò che se entro mezz’ora non se ne fossero andati avrebbe attaccato le loro postazioni fuori Padova e avrebbe proseguito. Dissero che a Padova c’erano già truppe inglesi, ma Di Giacomo, che non mollava, rispose che avevamo attorno le truppe inglesi già da un po’, e che la cosa non ci intimoriva. Stava ormai per scadere il tempo, quando comparve un’altra auto con una bandiera bianca; questa volta erano inglesi. Il colloquio si protrasse a lungo e ci venne comunicato che Graziani aveva già firmato la resa da tre giorni e che Mussolini era stato fucilato. Di Giacomo radunò noi Ufficiali e si decise che ci saremmo arresi, con l’onore delle armi promessoci dagli inglesi. L’Ufficiale, che parlava abbastanza bene l’italiano, ci disse di ammirare la nostra Divisione, poiché era l’unico reparto che si era presentato perfettamente armato ed inquadrato e ricordò che a Tobruk, in Libia, aveva fatto parte della guarnigione inglese che si era arresa agli italiani, da cui aveva ricevuto l’onore delle armi. La loro fierezza era stata pari a quella che stavamo dimostrando noi. Era ormai l’imbrunire e c’invitò a riunire i nostri reparti in un prato vicino al ponte di Bassanello, in località Pra’ della Valle. Alle prime ore del mattino avremmo dovuto raggiungere Padova per la resa e per essere riconosciuti prigionieri di guerra alle dipendenze delle truppe inglesi. Il comandante Di Giacomo ci fece un commovente discorso e disse che quello non era 1’8 settembre, che la guerra era ormai finita per tutti, e di essere fieri di essere appartenuti alla Xa MAS. Finimmo con il grido “Decima marinai!”, “Decima comandante!”. Quella sera la Xa era “rientrata in porto” con l’onore delle armi. Fummo tutti presi da un’immensa tristezza. Ero assillato da un dubbio tremendo: secondo il codice d’onore militare esiste l’obbligo, sia per un soldato semplice che per un ufficiale, di non farsi prendere, quando é possibile, prigionieri. D’altra parte avevamo assicurato all’Ufficiale inglese che saremmo rimasti uniti e preparati per il giorno successivo per consegnarci ai comandi inglesi a Padova. Non sapevo co-me comportarmi. Del resto tutte le forze armate italiane si erano arrese, il governo italiano non esisteva più. Mussolini era stato fucilato. Se fossi scappato, dove sarei potuto andare a finire e cosa sarebbe successo ai miei Marò. Decisi di rimanere ed accettare quello che la sorte mi avrebbe pro-spettato. Non fu una notte felice. La 4a Compagnia aveva uno stendardo. Lo dividemmo in tanti pezzetti in modo da poterli distribuire ai centotren-ta, centoquaranta superstiti. Sono riuscito a conservare quel pezzetto di stoffa, malgrado tutte le traversie subite durante il periodo di prigionia. Lo possiedo ancora e quando mi capita fra le mani, si scatena nella mia mente un fiume di ricordi che mi fanno domandare: “Se un giorno mi trovassi nelle stesse condizioni di allora, e senza le conoscenze di oggi, come mi comporterei?”. La risposta é sempre la stessa; farei le stesse cose di allora. Sono certo che se avessi seguito un’altra condotta la mia co-scienza ne sarebbe stata scossa. Dormimmo poco quella notte, naturalmente eravamo all’addiaccio. Il cielo era pieno di stelle, faceva molto freddo, tanto che eravamo costretti a corse e movimenti continui per cercare di scaldarci. Venne l’alba. Cominciammo subito a riordinare i reparti, volevamo raggiungere Padova in pieno assetto di guerra e tutti sentirono questo dovere, tanto che, lungo la strada, i reparti perfettamente allineati marciavano a passo cadenzato e la gente si affacciava alle finestre e si chiedeva chi fossimo. A Padova qualcuno ci applaudì. Ci portarono nel campo sportivo e ci avvertirono che dopo poco avrebbero distribuito la razione giornaliera di vettovagliamento. Eravamo affamati perché da più di un mese i viveri erano scarsissimi e da più di due giorni quello che riu-scivamo a mettere sotto i denti era tanto poco che serviva solo ad acuire la fame. Arrivarono camion pieni di ogni ben di Dio: scatole di corned beef, carne rossa e filamentosa che vorrei trovare ancora oggi sul mercato, marmellata, pane a volontà, bianchissimo, in pagnotte da mezzo chilo, the, zucchero, biscotti eccellenti. Tutte cose che noi non avevamo mai visto. Pensammo che, malgrado tutto, eravamo capitati in un Eden. Ci precipi-tammo sopra questo Bengodi come avvoltoi, e ci accorgemmo ben presto che la fame da tempo patita aveva ridotto le nostre possibilità di capienza di cibo. Tutto era buonissimo, ma serviva più agli occhi che allo stomaco. Ci disinteressammo tanto di quella profusione e fummo tanto malaccorti che durante lo spostamento alla caserma di Santa Giustina, nel centro di Padova, non ci si preoccupò di portare con noi niente, confidando che l’esercito inglese avrebbe mantenuto quello standard di trattamento. Non c’eravamo resi conto che il primo reparto che ci aveva preso in consegna era combattente, mentre il secondo aveva quella mentalità gretta e mer-cantile dei reparti di sussistenza. Quanto odiammo quei figli di buona donna! Quanto avremmo voluto ripagarli in egual misura! Una volta ritornato in Italia, venni a sapere che un ex Marò, trovandosi molti anni dopo a Venezia, ed avendo individuato un pullman di turisti inglesi, per vendicarsi, facendosi passare per un archeologo, si mostrò disponibile ad accompagnarli ad Aquileia, per fare visitare loro i ruderi di quell’antica civiltà. Fece fare loro parecchi chilometri, e, sull’imbrunire, li condusse a piedi in una boscaglia da cui difficilmente si sarebbero potuti districare. Li piantò lì, sicuro che fino al mattino non sarebbero stati capaci di andarsene. Cosi avvenne e la magra vendetta venne consumata. Alla caserma di Santa Giustina pensammo che gli inglesi ci avrebbero lasciati in mano al C.L.N., con tutti i nostri reparti. Radio fante ci fece sapere che la nostra sorte sarebbe stata l’immediata fucilazione degli Ufficiali e il processo per i soldati. Fortunatamente, quei figli di buona donna degli inglesi esaltavano, quando faceva comodo a loro, il senso dell’onore e non si sentivano, dopo averci accordato l’onore delle armi, di consegnarci a quelle belve scatenate. Ignorarono completamente il Comitato, fecero arrivare le loro camionette e ci trasportarono verso sud. La folla radunata, vedendosi privata di uno spettacolo avrebbe dovuto iniziare con la nostra consegna al C.L.N., ci gratificò con tutti gli epiteti più oltraggiosi cercando anche di avvicinarsi alle camionette, ma noi non stemmo certo con le mani in mano, e furono loro ad avere la peggio.

giovedì 17 gennaio 2008

La 4a Compagnia Mortai del Barbarigo



I marò della 4a Compagnia Mortai nel Canavese, estate 1944. Notare le divise estive, con le mostrine pentagonali tagliate a seguire il colletto (foto De Zerbi).




I marò della 4a Compagnia Mortai nel Goriziano, inverno 1944/1945. Notare le tenute mimetiche, il veterano Sottufficiale al centro, e la giovane età di molti marò (foto De Zerbi).

La 4a Compagnia era basata su un Plotone Comando, due Plotoni Mortai con tre mortai da 81 mm ciascuno e un Plotone Cannoni con due controcarro da 47/32, questi ultimi di limitata efficienza a causa della mancanza dei congegni di mira e delle poche munizioni disponibili.
Il comandante era il Tenente Pierluigi Tajana, e il comandante in seconda era il Tenente Alberto Piccoli; entrambi provenivano dagli Alpini.

Il mortaio da 81 mm in dotazione al “Barbarigo” era il modello 35, constante di tre parti: bocca da fuoco (20.4 chili), affusto a bipede (18 chili), piastra di appoggio (20 chili). Aveva sette cariche di lancio con il proietto normale (pesante 3.26 chili, dei quali 0.54 di esplosivo) e cinque cariche di lancio con il proietto a grande capacità (6.86 chili, dei quali 2 di esplosivo).
La gittata del proietto normale andava da un minimo di 150 metri ad un massimo di 3.100 metri, mentre la gittata massima del proietto a grande capacità era di solo 1.200 metri. D’altro canto il raggio di efficacia delle schegge del proietto a grande capacità era di ben 100-200 metri contro i 30-40 metri di quello normale. Le schegge del proiettile normale avevano una dispersione orizzontale notevole, molto valida nell’uso antiuomo.
Il rateo di fuoco era il seguente: di aggiustamento 18 colpi al minuto, di efficacia 30-35 colpi al minuto, ma nella pratica non si superavano i 10 colpi al minuto.

giovedì 10 gennaio 2008

Nuovo! Il Bocia va alla guerra






IL BOCIA VA ALLA GUERRA, di Pierluigi Tajana

Queste sono le memorie di Pierluigi Tajana, artigliere da montagna in Grecia-Albania e poi comandante della 4a Compagnia Mortai del Battaglione Barbarigo della Decima Flottiglia MAS. Le vicende di Tajana, da lui narrate con grande brio, ci trasportano dalla Scuola Allievi Ufficiali di Complemento di Artiglieria Alpina di Bra, dove l’anticonformista Tajana muove i primi passi tra le anacronistiche regole del Regio Esercito, alla Grecia-Albania, descrivendo causticamente la madornale incompetenza di molti Ufficiali italiani, ed è testimone della tragica epopea dei nostri fanti e artiglieri. Rientrato in Italia, in seguito allo sfascio del Regio Esercito all’8 settembre 1943 si arruolerà nel Battaglione Barbarigo della Decima MAS, comandandone la Compagnia Mortai nel Goriziano nel 1944/1945, e nei disperati combattimenti contro gli Alleati sul fronte Sud nell’aprile 1945. Dopo la difficile ritirata oltre il Po, e la resa con l’onore delle armi del Barbarigo a Padova, sarà inviato al POW Camp 211 in Algeria, dove, tra le altre vicende che lo vedranno protagonista, riceverà notizia del cosiddetto “massacro di Sétif”, una serie di brutali rappresaglie eseguite dall’esercito francese contro la popolazione civile algerina nel maggio 1945, e avrà modo di conoscere il Maresciallo Graziani, dandone un vivido ritratto.
In appendice, alcune testimonianze sulla battaglia del monte San Gabriele e la morte del tenente Piccoli, MAVM e vice comandante della Compagnia Mortai del Barbarigo, numerose fotografie inedite di proprietà dell’autore e due tavole a colori sulle uniformi e le armi della Compagnia Mortai.
Brossura, F.to 14x21, pag. 222, 65 foto b/n, 2 tavole a colori.
Euro 22,00

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mercoledì 12 dicembre 2007

RICORDO DEL GENERALE GIORGIO FAROTTI



RICORDO DEL GENERALE GIORGIO FAROTTI

di Andrea Lombardi


Il 26 ottobre 2007 è morto il Generale Giorgio Farotti, dopo aver combattuto con grande dignità e coraggio la sua ultima battaglia contro il tumore. Malato da tempo, il Generale Farotti, anche negli ultimi momenti ha mantenuto quella forza d’animo che era uno dei suoi molti pregi, non facendo pesare ad alcuno la sua situazione, ma anzi preoccupandosi delle sorti dei suoi parenti e ovviamente dei suoi Marò del Barbarigo, che tante volte sono comparsi nei nostri discorsi pomeridiani quando lo andavo a trovare, sorbendomi talvolta i suoi famigerati rimbrotti, che adesso tanto mi mancano, se non avevo puntualmente eseguito le sue istruzioni relative ai libri da lui stesi, e che mi diede l’onore di pubblicare: “Sotto tre Bandiere”, le sue memorie dal 1940 al 1945, e “Il Campo della Memoria”, sul Cimitero di Guerra del Battaglione Barbarigo, a Nettuno. Il Generale Giorgio Farotti era un Ufficiale di rara competenza, e conscio della sua preparazione, in guerra non esitò mai nell’opporsi ad ordini superiori da lui ritenuti errati, e che avrebbero messo in pericolo in maniera non necessaria i suoi uomini. La sua mentalità nel guidare gli uomini al combattimento può essere riassunta in due punti, fondamentali: il primo è che “fiumi di sudore risparmiano fiumi di sangue”, il secondo mi fu spiegato da Carla Piccoli, sorella del Tenente Piccoli, della 4° Cp. Mortai del Barbarigo, caduto sul Monte S. Gabriele nel 1945: “Mio fratello aveva la mentalità di tanti, eroici giovani Ufficiali: avrebbe voluto cadere eroicamente alla testa dei suoi uomini, e ciò accadde; Farotti voleva portare a casa i suoi uomini, nel contempo causando il maggior numero di perdite possibile al nemico”. Durante la sua lunga carriera militare, più volte gli furono date responsabilità ampiamente superiori al suo grado, che egli riuscì a svolgere brillantemente. Il Generale Farotti era anche una persona veramente colta, e questo, sommato al suo pungente senso dell’umorismo, lo rendeva capace di cogliere sempre l’ironia presente in ogni aspetto di quella commedia, talvolta amara, che è la vita. Il Generale Giorgio Farotti era una delle rare persone capace di nobili sentimenti, come ha detto, tra le lacrime, suo fratello durante l’orazione funebre, e i tempi futuri ben difficilmente ci riserveranno l’opportunità di rivedere uomini simili.




Riportiamo una serie di giudizi e testimonianze d’affetto verso il Generale Giorgio Farotti, redatte da uomini del Barbarigo:

Il Marò Siro Bagnoli, in un’intervista:

La mia considerazione per i nostri Ufficiali è sempre stata ottima, sia allora come oggi, perché dimostrarono di operare con il massimo impegno, oltre a condividere con noi Marò tutti i sacrifici e pericoli che comportano la guerra; ciò valga anche per il mio Comandante di Compagnia: Tenente Giorgio Farotti.

Il Sottocapo Egidio Cateni, in un’intervista:

Il nostro Comandante, il Tenente Farotti, era duro, ma in un paio di occasioni grazie al suo comando ha salvato l’intero Barbarigo. Ti faceva alzare alle tre di notte e fare quindici chilometri di marcia, ma lui era sempre davanti a tutti!

Il Marò Giulio Ronchi, in un’intervista:

Il nostro comandante era il Guardiamarina Farotti, lui era molto esigente in fatto di disciplina, essendo un Ufficiale in s.p.e., mentre noi eravamo dei Volontari, e di disciplina non ne avevamo molta! Era fissato con l’addestramento, ci faceva anche fare degli addestramenti a fuoco vero, ma noi l’abbiamo amato sinceramente perché aveva una vera tempra…. anche se quando esagerava, siccome veniva dagli Alpini, gli dicevamo: “Uè, non siamo mica marinai di montagna!”.

Il Tenente Pierluigi Tajana, in una lettera al Generale Farotti:

Caro Farotti,

ti ringrazio molto per tutta la documentazione che mi hai mandato e ti sono infinitamente riconoscente per aver saputo portar in porto un opera che solo la tua tenacia e volontà ti ha permesso di realizzare.
Tu sai che non ha mai creduto nella possibilità di superare tutti gli scogli che avresti trovato sul cammino, malgrado questo ce l’hai fatta.
Bravo Farotti!
Credo di potermi unire a tutto il Barbarigo schierato sull’attenti al grido di:

Decima Comandante Farotti!

Il Campo della Memoria ricorderà agli italiani che molti non hanno cancellato dal cuore il nome di patria.

Ciao Farotti, ti voglio bene.


Il Marò Mario Fusco, in una lettera al Generale Farotti:

Lasciami dire una cosa (…non arrabbiarti!): sei la persona -il commilitone- che ha fatto di più di tutti per il Barbarigo, sia allora come oggi.

Lascia che ti abbracciamo e salutiamo a modo nostro: non come nostro Tenente; o come comandante operativo del Btg. (per nostra fortuna!); o come Generale (altra fortuna specie in relazione al Campo della Memoria); più semplicemente con tutto il nostro affetto e la nostra più alta stima abbracciamo il Marò Giorgio Farotti.

E, sempre Fusco, in un’altra lettera:

[…] Sebbene tu mi abbia detto e scritto più volte, anche ultimamente, che “sarebbe l’ora di finirla con la celebrazione di Giorgio Farotti”, devo confermarti che non solo io ma tutti… gli ormai pochi sopravvissuti del Barbarigo pensano semplicemente che tutto quello che è stato realizzato con onore ed intelligenza [per il Campo della Memoria] sia stato sì opera collettiva ma soprattutto – ed in mille particolari molto, molto importanti – non esisterebbe nel modo in cui si trova ora nelle parole e nella pietra senza il decisivo apporto, comando e lavoro di Giorgio Farotti.

Rischio di metterti in imbarazzo? Non credo proprio. Non credo proprio che tu, grazie a Dio, sia Uomo che si sia mai lasciato o si lasci mettere in imbarazzo da qualsiasi cosa o da chicchessia!

E chiedo a Dio – fra poco ci ritroveremo tutti là! – se per caso ci fosse un’altra reincarnazione come dicono le religioni asiatiche, di ritornare a militare ai tuoi ordini… ed averti poi per carissimo e fraterno amico nel nuovo… finale!

Ciao, ti abbraccio molto affettuosamente!



Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
Rara foto in divisa da Ufficiale della Regia Marina

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
A Nettuno, nel Btg. Barbarigo della Xa MAS

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
Assieme ai suoi marò del Barbarigo

Decima MAS

Decima MAS
Ufficiali del Btg. Maestrale (poi Barbarigo): Tognoloni, Cencetti, Posio, Riondino...

MAS a Nettuno affondano un Pattugliatore americano

MAS a Nettuno affondano un Pattugliatore americano
L'azione di Chiarello e Candiollo in copertina all'Illustrazione del Popolo del 19 marzo 1944