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sabato 4 febbraio 2012

Con il Battaglione Valanga della Xa MAS, di Raffaele La Serra



NOVITÀ LIBRARIA DA ITALIA Storica:

Raffaele La Serra
Con il Battaglione Valanga della Xa MAS - Lo Sprecato -


In questo libro, lo «Sprecato» Raffaele La Serra, classe 1920 e Volontario di Guerra, ci racconta la sua storia, che è stata poi la storia di tanti soldati italiani, in modo vivo e spesso ironico, narrando la sua esperienza di guerra tra i Bersaglieri della Divisione Ariete nelle battaglie di corazzati in Nord Africa nel 1941, quindi nel rinato XXXI Battaglione Guastatori in Italia e dopo l’8 settembre 1943 nel Battaglione Guastatori Alpini Valanga della Decima Flottiglia MAS, coinvolto nelle operazioni di controguerriglia e di difesa del confine orientale dell’Italia nel 1944-1945, distinguendosi nei duri scontri contro il IX Corpus di Tito nella Valle dell'Isonzo e a Tarnova.
In appendice, oltre alle fotografie di proprietà dell’autore, sono presentate numerose rare foto dell’archivio del ricercatore Riccardo Maculan e di veterani del Battaglione Valanga.

F.to 17x24, brossura, 312 pagg., 66 foto in b/n, Euro 26,00.

Info e ordini:

Associazione Culturale “ITALIA Storica”
Via Onorato 9/18
16144 Genova
GE – Italia
P. IVA/C.F. 02033100997

Tel. Cell. 348 6708340
Tel. 010 824086

E-Mail ars_italia@hotmail.com

lunedì 30 marzo 2009

Il Btg Fulmine a Tarnova della Selva...








... prima della battaglia...

Ringraziamo Riccardo Maculan per la scheda.

mercoledì 18 febbraio 2009

Documento personale della Xa MAS del Generale Giorgio Farotti









Documento personale della Xa MAS del Generale Giorgio Farotti, donato dal figlio Alberto. Il Generale Farotti comandò la Compagnia Mitraglieri del Btg. nel 1944, e nel 1945, per le sue spiccate doti professionali, seppur giovane Tenente, fu nominato Ufficiale addetto alle operazioni del Btg., schierato sul fronte sud negli ultimi disperati combattimenti contro gli Alleati. Come ricordato da Mario Tedeschi nel "Sì bella e perduta", e testimoniato da diversi Marò del Barbarigo, negli ultimi giorni di guerra, durante il drammatico ripiegamento verso il Po, quando la Cp Comando rimase isolata dal resto del Btg a causa delle continue incursioni aeree nemiche, Farotti, benchè fosse solo un Tenente, diresse le Compagnie Fucilieri e la Mortai fuori dall'accerchiamento nemico, riuscendo a traghettarle oltre il Po, e salvando l'intero Btg dalla distruzione.

La firma sulla sx è quella di Rodolfo Graziani, apposta, come ricordato dal Generale Farotti nelle sue memorie, nel POW Camp 211 dove erano rinchiusi.

N.H. Giorgio Farotti (1921-2007), Ufficiale in s.p.e. dal 1943 al 1986. Combattente nel Goriziano e sul fronte Sud dal 1943 al 1945 con il Btg Barbarigo, è decorato di Croce di Guerra al Valor Militare. Ha frequentato la Regia Accademia di Fanteria e di Cavalleria di Modena, le Scuole di Applicazione di Parma e Torino e numerosi Corsi di alta specializzazione presso vari Centri Studi ed Esperienze dell’Esercito.
Nel 1965 ha conseguito la qualifica di Psicologo Militare rilasciatagli dal C.N.R. dell’Università di Roma e per tre lustri ha fatto parte, divenendone Presidente, della Commissione mobile per gli accertamenti d’idoneità psico-attitudinale dei concorrenti all’ammissione alle Accademie, Scuole e Collegi Militari.
Nell’arco della sua lunga carriera, terminata con il grado di Maggior Generale, ha comandato tutte le unità operative corrispondenti ai vari gradi rivestiti, ottenendo molteplici encomi dalle S.A. e essendo insignito dell’onorificenza di Commendatore dell’Ordine del Merito della Repubblica Italiana.
Presidente dell’A.N.U.P.S.A. per la regione Liguria e dell’Associazione "Campo della Memoria", con la quale è riuscito a far costruire il Cimitero di Guerra dei caduti del Btg. Barbarigo ad Anzio/Nettuno. I reduci della IV Compagnia del Barbarigo lo hanno nominato Marò Honoris Causa con la motivazione: "con profonda stima ed affetto, per le sue doti eccezionali e per la dedizione ai nostri ideali in pace ed in guerra".

venerdì 27 giugno 2008

Lo stendardo della 4a Cp Mortai, aprile 1945




Dalle memorie di Pierluigi Tajana:

Era ormai l’imbrunire e c’invitò a riunire i nostri reparti in un prato vicino al ponte di Bassanello, in località Pra’ della Valle. Alle prime ore del mattino avremmo dovuto raggiungere Padova per la resa e per essere riconosciuti prigionieri di guerra alle dipendenze delle truppe inglesi. Il comandante De Giacomo ci fece un commovente discorso e disse che quello non era 1’8 settembre, che la guerra era ormai finita per tutti, e di essere fieri di essere appartenuti alla Xa MAS. Finimmo con il grido “Decima marinai!”, “Decima comandante!”. Quella sera la Xa era “rientrata in porto” con l’onore delle armi. Fummo tutti presi da un’immensa tristezza. Ero assillato da un dubbio tremendo: secondo il codice d’onore militare esiste l’obbligo, sia per un soldato semplice che per un ufficiale, di non farsi prendere, quando é possibile, prigionieri. D’altra parte avevamo assicurato all’Ufficiale inglese che saremmo rimasti uniti e preparati per il giorno successivo per consegnarci ai comandi inglesi a Padova. Non sapevo come comportarmi. Del resto tutte le forze armate italiane si erano arrese, il governo italiano non esisteva più. Mussolini era stato fucilato. Se fossi scappato, dove sarei potuto andare a finire e cosa sarebbe successo ai miei Marò. Decisi di rimanere ed accettare quello che la sorte mi avrebbe prospettato. Non fu una notte felice. La 4a Compagnia aveva uno stendardo. Lo dividemmo in tanti pezzetti in modo da poterli distribuire ai centotrenta, centoquaranta superstiti. Sono riuscito a conservare quel pezzetto di stoffa, malgrado tutte le traversie subite durante il periodo di prigionia. Lo possiedo ancora e quando mi capita fra le mani, si scatena nella mia mente un fiume di ricordi che mi fanno domandare: “Se un giorno mi trovassi nelle stesse condizioni di allora, e senza le conoscenze di oggi, come mi comporterei?”. La risposta é sempre la stessa; farei le stesse cose di allora. Sono certo che se avessi seguito un’altra condotta la mia coscienza ne sarebbe stata scossa.
Quel "pezzetto della Xa" fu, anni dopo, donato da Tajana a Carla Piccoli, Ausiliaria della GNR e sorella del Tenente Alberto Piccoli, della Cp Mortai del Barbarigo, caduto sul S. Gabriele, e amico fraterno di Tajana e del Tenente (poi Generale dell'EI) Giorgio Farotti. Carla Piccoli ha voluto farci un omaggio toccante donandoci a sua volta quel lembo e le storie che vi sono intorno, dalla memoria di suo fratello e del Tenente Tajana, a tutti i marò del Barbarigo.

Un riconoscimento che vale più di mille parole ai nostri modesti sforzi nel preservare la memoria dei combattenti del Barbarigo e della Xa.

Cogliamo l'occasione per ringraziare e salutare l'Aus. Carla Piccoli, la sua bella famiglia, e il nipote Giorgio Zett, autore di un DVD di foto e filmati sul Campo della Memoria, e l'amico e socio Mauro Decorlati! Grazie a lui abbiamo anche potuto visitare il nostro carissimo amico Giulio Ronchi, marò della Cp. Mitr. del Barbarigo, che ci ha aiutato fattivamente in più di una occasione, e la sua simpaticissima moglie!

lunedì 3 marzo 2008

Il Monte San Gabriele, come vissuto dal Marò Mitr. Giulio Ronchi



Il Marò Mitr. Giulio Ronchi


Vista attuale dal Monte San Gabriele
Giulio Ronchi e Egidio Cateni, 50 anni dopo, presso il muro della casa
(oggi ristrutturata) dietro la Chiesa di Tarnova dove gli slavi fucilarono
diversi Marò del Fulmine, per poi seppellirli frettolosamente nel terreno antistante.
Testimonianza del Marò Mitr. Giulio Ronchi, Compagnia Mitraglieri "Bartoli", Battaglione Barbarigo, Decima MAS.

"Quando la notte del 20 gennaio siamo arrivati sul San Gabriele nel Goriziano, c'erano 20 gradi sotto zero e una bora maledetta. Noi Mitraglieri, chissà perché, eravamo davanti, mentre dovevano essere i Fucilieri ad appostarsi davanti a noi. I Mortaisti invece erano sulla nostra sinistra. Mentre prendevamo posizione scoprimmo un gran numero di trincee, erano quelle della guerra 1915-1918, e anche adesso sono tali e quali. La mia Squadra, formata dal Sc. Franco Merli (Vice Capo Squadra), veterano della RM, armato di FM Breda 30, Orazio Andenna, portatreppiede della Breda 37, nostra arma principale, da me portarma-tiratore della 37, dal mio fraterno amico Giorgio Paladini e da altri Fucilieri portamunizioni, e comandata dal Sergente AU Marco Betti, assente in quel momento) e dal Cte di Plotone 2o Capo Francesco Puggioni, veterano di Nettuno, era appostata sul lato est del San Gabriele: alle nostre spalle c'era Gorizia. A nostra insaputa, proprio dal nostro versante, mentre noi finivamo di sistemarci e scoprivamo reperti della Grande Guerra, stavano salendo verso la vetta centinaia di slavi del IX Korpus di Tito, che intendevano prendere il San Gabriele, accerchiare le nostre forze ed arrivare in vista di Gorizia. Nonostante fossero ormai a poche decine di metri di distanza, noi vedevamo soltanto il nero della notte senza luna, e il biancore della neve, sino a quando Brunetti, un Marò di Genova, si alzò per andare a urinare e dopo aver fatto qualche passo tornò però indietro precipitosamente, dicendoci: "Belin, ci sono delle ombre lì davanti, c'è qualcuno dei nostri?". Noi ci guardammo perplessi e gli dicemmo "Tu sei matto!", ma subito dopo sentimmo delle voci parlare in tedesco nel silenzio della notte. Evidentemente anche chi avevamo davanti nell'oscurità ci aveva sentiti, e tentava di fregarci! Per fortuna c'era Tommasini, un friulano che sapeva sloveno e tedesco, e rapidamente ci disse che sentiva anche parlare sloveno; pochi attimi dopo sentimmo distintamente "Na prej!", ossia "Avanti!" in sloveno, e allora saltammo su e dicemmo "Cacchio! Sono slavi!" e immediatamente, senza ordini, abituati dallo stile da Compagnia di Ventura della Decima a reagire autonomamente, aprimmo il fuoco con la Breda, seguiti subito dalle altre mitragliatrici, puntando le armi verso le voci di quel nemico che non scorgevamo. Anche l'altra Squadra del mio Plotone, accanto a noi, quella con il mitr. Egidio Cateni, il porta treppiedi Tito Montanari, Ravazzini e Renato Tripodi aprì il fuoco seguendo l'esempio della nostra, senza attendere ordini; anzi, sulle prime qualcuno dei nostri Ufficiali ci gridò di cessare il fuoco, perchè credevano stessimo sparando per sbaglio contro dei tedeschi! Subito dopo la prima raffica, mi resi conto che non vedevo dove finivano i miei proiettili, poichè il nemico attaccava dal pendio sottostante alle nostre postazioni, e non riuscivo a dare l'alzo giusto all'arma, così urlavo dietro: "I traccianti! I traccianti!", per farmi portare dai miei camerati le lastrine con i proiettili traccianti; finalmente capirono, e potei aggiustare il tiro efficacemente. Poi qualcuno di noi tirò un razzo illuminante e ormai ad appena una decina di metri vedemmo quella che ci sembrava una marea di nemici agitarsi sulla neve, e con la mitragliatrice li mollammo là! Le nostre mitragliatrici avevano falciato gli slavi. Sparammo tutta la notte, con poi l'intervento dei mortaisti della IV Cp.; la mattina dopo rimanemmo turbati nel vedere i nemici morti davanti alle nostre posizioni. Per uno che va a pisciare abbiamo salvato la baracca, sennò ci avrebbero sommersi. Il Tenente Tajana, Cte della IV Cp Mortai, l'Ufficiale che si trovò a dirigere l'azione, e che in quel frangente ci "rimbrottò" di grave insubordinazione, dopo la guerra, ci disse che senza noi Mitraglieri, quella notte, tutto il Barbarigo, colto di sorpresa, sarebbe finito nelle foibe! Questa è stata l'ultima battaglia del IX Korpus prima di ritirarsi, e quella che gli impedì di infiltrarsi nel Goriziano. Il ricordo che ho più vivido è il freddo che ci faceva ghiacciare il nostro fiato sul passamontagna, formando minuscoli ghiaccioli che rimuovevamo con le mani. Noi eravamo dei ragazzi di 17-18 anni, me lo chiedo ancora adesso come abbiamo fatto a resistere in quelle condizioni.Era un attaccamento fraterno, quasi un amore, che ci teneva uniti in quei frangenti. C'era un attaccamento, non abbiamo mai lasciato indietro nemmeno uno dei nostri morti, anche nella ritirata, perché ti sembrava di perderli del tutto a lasciarli andare". "Poi ci hanno dato il cambio, ma noi Mitraglieri eravamo sempre a dare supporto ai Fucilieri, mi sono trovato con il Valanga e con la Cp Serenissima, con il tutto il mio Plotone compreso la Squadra con il mitr. Egidio Cateni, ci avevano aggregati per portare aiuto al Fulmine a Tarnova per lo sganciamento dall'accerchiamento. Partecipammo anche al recupero dei caduti del Fulmine, mi è toccato vedere dove erano sepolti, dietro il Cimitero, con 20-30 cm di terra. Recuperati i morti li portammo a Gorizia. Mi ricordo che passai tutta una notte di sentinella a vegliare quei caduti, per un ragazzo come me fu un'esperienza molto dura. Rientrati alla Caserma Gotti a Vittorio Veneto fummo poi, con una cerimonia alla Caserma del Castello del Col di Luna a Conegliano, sede delle nostre Ausiliarie SAF Xa, presente anche il nostro Cte Cp Mitr. GM Giorgio Farotti, premiati con Encomi Solenni e furono nominati Sergenti gli AU del nostro Plotone, Augusto Bruzzesi e Benedetto Niccolai, e Egidio Cateni fu nominato Sottocapo e Comandante di Squadra, sostituendo in tale funzione il Secondo Capo Domenico Gravoglio, proveniente dai Mezzi d'Assalto di Superficie, caduto eroicamente in azione a Chiapovano il 24 dicembre 1944".



martedì 22 gennaio 2008

Ritorno a Tarnova, 20-21 gennaio

Posto con piacere una parte del resoconto fatto dall'amico Ermes sulle commemorazioni a Gorizia organizzate dall'Ass.Comb. Xa MAS:



Eccoci qua a narrare la 2 giorni Goriziana, e' sabato mattina e come da programma ci dirigiamo verso Tarnova, e' sempre un'emozione rivivere quei posti con chi nel 44/45 ha dato prova di coraggio e fermezza.Qui siamo a Tarnova e l'aspirante Guardiamarina Minelli ci racconta quei giorni.

Il Sindaco riceve il nutrito gruppo di partecipanti e rimarca più volte il Sacrificio di quegli eroici ragazzi, pronti alla morte pur di fermare le truppe titine. Dopo anni di boicottaggio della precedente giunta, finalmente le istituzioni rendono il giusto omaggio ai veterani.











Foto su: http://xflottigliamas.forumfree.net/?t=24406558

Posto inoltre, tratto dal libro "Sotto tre bandiere", del Gen. Farotti, un brano significativo che analizza dal pdv storico-militare i prodromi della battaglia di Tarnova, fuori dagli schemi delle ricostruzioni "sul tamburo":

I giorni non trascorrevano mai, ci sentivamo sempre più oppressi da quell’inazione; finalmente l’ordine di marcia per il “Barbarigo”: andare a presidiare Tarnova, in una mattina di sole che ci ridiede il buonumore. Neve dappertutto, il paese era composto da poche case collocate su un tratto pianeggiante di modesta estensione, circondato da boschi e nella parte più aperta difeso, si fa per dire, da una serie di postazioni sopraelevate e coperte ma non inquadrate in un organico piano dei fuochi e malamente protette da un reticolato, molto basso e malandato. A mio giudizio, che riferii al Comandante di Battaglione, rappresentavano una vera trappola per coloro che avrebbero dovuto presidiarle, anziché un efficiente posizione di resistenza. Il compito assegnatoci era di perlustrare la zona circostante, a largo raggio, per controllare se le informazioni di un imminente attacco, pervenute al Comando tedesco, fossero attendibili. Nei giorni seguenti effettuammo puntate in tutte le direzioni con scarsi risultati: intercettammo, sì, qualche gruppo isolato in movimento che, purtroppo, venne annientato senza prendere qualche prigioniero da interrogare. Conclusione: arrivò l’otto gennaio, giorno previsto per l’attacco, senza che nulla accadesse. Le informazioni vennero ritenute infondate e l’apparato difensivo smontato. I reparti rientrarono a Gorizia ed il “Barbarigo”, per maggiore sicurezza, effettuò una puntata ricognitiva su Chiapovano ma con esito ancora una volta negativo. A presidiare Tarnova restò il più debole dei nostri reparti, il Battaglione “Fulmine”, con gli organici ridotti ad un paio di striminzite Compagnie Fucilieri, con pochissime armi automatiche di Reparto e senza mortai da 81. Non so da chi sia stato commesso questo grave errore di valutazione, certo è che fu pagato poi duramente, proprio dall’incolpevole “Fulmine”. Se il dispositivo iniziale fosse rimasto in posto ancora qualche giorno (due Battaglioni ed una Batteria da 75/13) l’attacco slavo avrebbe trovato ad accoglierlo forze adeguate e con un armamento tale da stroncarlo in sul nascere e soprattutto, mantenendo il possesso della rotabile, si sarebbe potuto far affluire rinforzi ed impedito l’accerchiamento e l’annientamento della guarnigione. Brillante invece l’operazione condotta dal Comando partigiano che in brevissimo tempo riuscì a concentrare su Tarnova più di 2.000 uomini, con armi pesanti, senza far nulla trapelare ed a minare la rotabile di accesso, dominandola con centri di fuoco disposti perfino sul San Gabriele, pilastro incombente su Gorizia e chiave di volta della sua difesa. Inoltre, la notizia dell’attacco arrivò in ritardo, a causa della penuria e della scarsa efficienza dei mezzi di trasmissione in dotazione. La reazione del comando tedesco fu lenta ed impacciata; soltanto il giorno 19 il Comando della Xª ottenne il via libera per correre in soccorso del “Fulmine” o meglio di quello che restava del Battaglione.

Tratto da:

http://associazioneitalia.blogspot.com/2007/12/sotto-tre-bandiere.html

http://associazioneitalia.blogspot.com/2008/01/ritorno-tarnova-20-21-gennaio.html

mercoledì 9 gennaio 2008

Ricordo del Tenente Alberto Piccoli, Btg. Barbarigo




Foto: Il Tenente Piccoli (a sinistra) con il Tenente Farotti.
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Ricordo del Tenente Alberto Piccoli, 4a Compagnia mortai del Btg. Barbarigo.
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La battaglia del Monte San Gabriele (gennaio 1945)
e la morte del Tenente Alberto Piccoli
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Dal libro Sotto tre bandiere, del Gen. Giorgio Farotti.

Durante la notte un Battaglione sloveno fu mandato all’attacco per riprendere la cima perduta [del Monte San Gabriele, NdC] al mattino ed aprirsi la strada verso Gorizia. Gli attaccanti furono avvistati per puro caso (un Marò era uscito dalla postazione per orinare) e favoriti dal buio, da una leggera nebbia e dalla neve che tutto ovattava, erano ormai arrivati a ridosso delle nostre postazioni. Scoperti, cercarono di far credere di essere tedeschi ma il lancio di un razzo il cui colore non coincideva con gli accordi di riconoscimento e soprattutto la parlata slava, tolse ogni dubbio e le nostre armi aprirono il fuoco [una delle prime armi a sparare fu una Breda 37 della Squadra Betti, azionata dal Marò Mitragliere Giulio Ronchi, seguita subito dalle altre "pesanti", NdC] . Fortuna volle che le prime raffiche di una nostra mitragliatrice centrassero in pieno il Gruppo di Comando che guidava l’attacco, uccidendo il Comandante, il suo Vice, il Commissario politico ed altri cinque graduati in sottordine, rendendo acefalo il reparto attaccante e quindi, privo da quel momento di ordini adeguati alla situazione. Ciononostante il fuoco nemico, molto nutrito, avvolse tutto il nostro schieramento, arrivando a colpire, sul fianco scoperto verso il San Daniele, la Compagnia Mortai da 81. Nel tentativo di portare un’arma al coperto morì il Sottocapo Chiesa, abbracciato al mortaio, mentre il Tenente Piccoli cadde eroicamente mentre guidava il Reparto al contrattacco. Il combattimento si protrasse fino alle prime luci dell’alba, quando gli avversari si ritirarono portandosi via anche i caduti, come era loro abitudine. Restarono solo quelli dello staff che furono trovati allineati nell’ordine di marcia a pochi metri dalla nostra postazione. Appena sorse il sole, la 4ª Compagnia Mortai, unica ad avere subito perdite, poté vendicare i suoi caduti, usando i dati di tiro preparati dal loro eroico Tenente, per centrare con ripetute salve i partigiani in movimento di ritirata nella sottostante pianura innevata e quindi ottimo e facile bersaglio. Intanto a Tarnova il “Fulmine”, in un rapporto di forze di uno contro dieci e con i suoi scarsi mezzi di difesa, aveva eroicamente combattuto sino all’ultimo uomo ed all’ultima cartuccia, soccombendo alla fine solo per l’esaurimento delle munizioni. I pochi superstiti, riuscirono a spezzare l’accerchiamento e, utilizzando lenzuola prese nelle case per mimetizzarsi sulla neve, ad attraversare l’altopiano innevato e scendere incontro alle nostre colonne che ormai, sfondato il fronte nemico, marciavano su Tarnova, rinforzate da reparti tedeschi che, finalmente, avevano deciso di muoversi. Così fallì l’ambizioso piano del IX Korpus, vanificato quasi esclusivamente dall’eroismo dei Marò della Xª che, “Fulmine” in testa, in una situazione, per loro così nuova e difficile, seppero dare prova di grandi virtù guerriere, fino al dono supremo della vita, offerta con slancio e senza esitazione. Entrati in Tarnova, recuperammo le salme dei nostri Caduti che erano state gettate in fosse comuni, assieme ai morti avversari e le riportammo a Gorizia (oggi riposano nel suo Cimitero e noi superstiti, ad ogni anniversario, andiamo a ricordare ai vivi il perché del loro olocausto e le sue conseguenze preziose ai fini della salvaguardia e conservazione all’Italia di quella città). Ai funerali, svolti in forma solenne a Gorizia, parteciparono i familiari del Sottotenente Piccoli che, con l’autovettura del Comandante ed un viaggio notturno pieno di peripezie andai a prendere a Mestre. Successivamente i “suoi” Marò, scorta d’onore, ve lo riportarono ed oggi le sue spoglie riposano nella tomba di famiglia a Vicenza.

Dal diario del Sottocapo A.U. Marco Pittaluga,
4a Compagnia Mortai

[…] L’ho visto il giorno dopo, Chiesa, che era troppo alto e troppo coraggioso, per quella notte tremenda, l’ho rivisto con l’elmetto bucherellato e la barbetta che sembrava troppo nera per un viso così bianco, e non era più il Chiesa allegro e burlone, con cui andavo così d’accordo. Era un essere rigido, ligneo, triste, di cui si diceva con mormorii ammirativi, intorno: “È un eroe, è morto da eroe, avviticchiato al bipede del mortaio, che voleva salvare ad ogni costo…”. Bisogna portare il tubo, ora, giù alla postazione. Ma pesa, e si esita a correre sul terreno scoperto, luccicante, con quell’impaccio; è così confortante il riparo di quel muretto, così incerto, il balzo in avanti. Sono spronato dal disgusto che mi ispira la nostra vigliaccheria collettiva, perché nessuno si muove, ed ho il terrore di dovermi, un giorno, vergognarmi di me stesso. È lo stesso stato d’animo che a Roma mi mise in lista, con pochi, per il ritorno in linea; e che sempre mi ha accompagnato nei momenti più brutti. Così piglio il tubo a mezzo e via, verso la postazione. Cammino a fatica, sprofondando, cadendo, piangendo contro voglia lacrime amare, senza singhiozzi, di rabbia e di disperata impotenza a superare gli ostacoli, a fare più in fretta. Mi raggiunge il Tenente Tajana. Dice poche parole, superandomi, senza fermarsi: “Coraggio, è morto il Tenente Piccoli… bisogna vendicarlo…”. Mi tremano le gambe, ora, non dico niente, ma inciampo più di frequente, perché forse qualcosa mi annebbia gli occhi… Ecco il dolore vero, quello che piega anche la resistenza dei più forti, che fa disperare dell’avvenire, ma che incita anche alle cose più difficili e sublimi… E nella voce del mortaio, che desta gli echi delle valli dove l’alba incomincia ad arrossare la neve, nell’attitudine degli uomini oppressi da un dolore che li ha colpiti in pieno, nella voce che sembra cambiata della mitraglia che ha continuato a sparare, si riconoscono gli accenti di una stanchezza mortale, che non è data da circostanze materiali, ma dalla coscienza della gran perdita subita.


Lettera del Sergente Leonardo Di Bari, Btg. Barbarigo,
al Tenente Colonnello Domenico Piccoli


M.V., 3/2/1945 XXIII
Sig. Piccoli,

I Marò del Barbarigo, commossi, ringraziano e ricambiano gli auguri. Come non abbiamo dimenticato le eroiche gesta del G.M. Alberto Piccoli, tantomeno dimentichiamo il v. gentile pensiero al nostro riguardo. Tutti conoscevamo il Sig. Piccoli vero tipo d’ufficiale repubblicano, pieno di fede e coraggio, ricordo in particolare una sera: mentre si tornava da Slappe, si trattava di 28 Km. a piedi, lui più volte malgrado le proteste dei suoi Marò si caricò sulle spalle il tubo del mortaio e la piastra dello stesso, quindi chi può dimenticare? Ci sarebbero tanti atti di bontà, prove di coraggio e sprezzo del pericolo a suo riguardo, la medaglia d’argento se l’ha ben guadagnata. La sua scomparsa ha causato un vuoto in noi tutti, ma nel nostro cuore è sempre “Presente” affinché ci guida alla sua vendicazione, e difendere il sacro suolo della nostra cara e amata Patria, quella Patria che purtroppo molti italiani non concepiscono il significato, e perché siamo i veri figli di “Mussolini”, che abbiamo giurato per la vita o morte per la nostra causa il Fascismo. Io sono da 8 anni in servizio e non sono stanco, spero fra giorni poter raggiungere il Btg. al fronte. Fervidi auguri da noi tutti e cordiali i Marò del “Barbarigo”.

Italia! Duce! Decima!

Serg. Di Bari Leonardo

Ospedale Militare
Mirano Veneto




Testimonianza del Marò Mario Fusco,
4a Compagnia Mortai


Subito dopo l’attacco laterale [gli slavi attaccarono frontalmente, dove furono bloccati dal fuoco dei mitraglieri delle Breda 37, e sul retro del fianco destro dello schieramento del Barbarigo, ove era posta la Compagnia Mortai, NdC], quando già in cielo c’erano i primi bengala, ripresomi dalla sorpresa mi venne spontaneo sparare alcuni colpi di 91 verso gli attaccanti. Poi mi apparvero una enormità di proiettili traccianti e sembravano proprio tutti diretti contro di me personalmente! Sul momento abbassai la testa nella neve gelata… ed in quel momento mi sentii toccare la spalla. Era Piccoli che, con il suo solito sorriso (e purtroppo, pur restando chinato, piuttosto incurante dei traccianti e non traccianti) mi disse all’orecchio: “Che fai? Ti stai scavando da solo la fossa?”. Infatti, non so come, sulla neve c’era la forma del mio corpo, testa e fucile compresi, come se avessero dovuto fare un calco. “Va bene” − mi disse, sempre sorridendo, mentre intorno a noi c’era il finimondo − “vienimi dietro assieme agli altri che troveremo più giù e che ci aspettano. Sta attento a non rimanere isolato”. Si alzò del tutto e ricominciò a scendere lungo la dorsale, ed io dietro. Ero pur sempre impaurito perché le cose non si stavano svolgendo secondo le mie previsioni (non mi ero mai trovato accerchiato con il mio reparto) ma ero rassicurato dalla presenza di Alberto, che avrei comunque seguito in capo al mondo. Raggiungemmo un gruppo di 20 o 30 marò in fondo all’erta, quasi al pianoro di metà monte, e da lì partimmo − in tre squadre − al contrattacco. Io rimasi sempre insieme a Piccoli. Sino alla cima. Ci conduceva velocemente su per l’erta sul versante est, sparava e ricaricava il suo MAB, si voltava per controllare gli uomini, rincuorava, ordinava qualcosa (per esempio, verso la cima, quando si accorse che le retrovie slave avevano fatto in tempo ad attestarsi nelle vecchie trincee, ci condusse sotto e lanciò e fece lanciare una bomba a mano a testa, dopo aver raccomandato di fare l’ultimo balzo dopo aver sentito lo scoppio delle bombe). Nel frattempo aveva mandato due marò ad avvertire che dalla linea difensiva della sera precedente non sparassero nella nostra direzione (e lo stesso aveva fatto prima di passare − inseguendo gli slavi − al piccolo avamposto); stava sempre avanti a tutti, si alzava per primo per correre avanti. Prima dell’ultimo balzo e delle istruzioni relative, aveva fatto scorrere l’ordine di attestarci nelle trincee al posto degli slavi non appena ci saremmo arrivati, e di continuare il fuoco tenendo la posizione ad ogni costo. Lungo la salita aveva lasciato dei piccoli presidi verso est-sud/est. Sembrava eccitato e, direi quasi, felice: la “prova del fuoco” lo rendeva sicuro di sé, gli dava energia: quando si lanciava avanti − in salita sempre − gridava e noi si gridava con lui “Decima! San Marco! Italia!”… qualcuno parolacce o purtroppo anche qualche “moccolo”. Io gridavo con loro e mi raccomandavo alla Madonna, ma seguivo sempre Alberto, sparavo, facevo tutto quello che vedevo fare a lui o quello che diceva, passavo parola. Dopo aver lanciato anch’io la mia bomba come gli altri, appena vidi a sinistra Alberto alzarsi e correre avanti in salita, feci altrettanto, e gli altri a destra e sinistra, lo stesso. Urlavamo tutti come pazzi e qualcuno sparava anche. Poco prima di entrare urlando anch’io come un pazzo in una delle trincee che erano quasi sulla cima, verso est, vidi in un lampo Alberto cadere mentre correva [in realtà il Tenente Piccoli perse la vita poco dopo, mentre aveva raggiunto le posizioni dei Fucilieri, accanto alla buca del Marò Silvio Lenardon, NdC].

Guardiamarina Alberto Piccoli (S.Ten. Alpini)

Nato il 10 novembre 1922 a Vicenza, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrisse alla facoltà di Architettura. Arruolatosi volontario negli Alpini al compimento dei diciotto anni, fu assegnato al 7° Reggimento Alpini. Frequentò le Scuole militari di Belluno, Asiago e Aosta. Sottotenente, fu inviato sul fronte francese. Dopo l’8 settembre 1943, fu inviato alle Scuole di Guerra di Faenza e Alessandria. Si presentò volontario alla Decima MAS, e fu assegnato al Btg. Barbarigo quale vice-comandante della 4a Compagnia Mortai. Nei combattimenti del Battaglione nel Goriziano, Piccoli si distinse durante la battaglia di Chiapovano il 23 dicembre 1944, individuando le sorgenti di fuoco nemiche e facendole battere efficacemente dal fuoco dei suoi mortai. Cadde in azione sul San Gabriele il 20 gennaio 1945, alla testa dei suoi uomini, conducendo un contrattacco. Decorato della Croce di Ferro di Seconda Classe, fu proposto per la concessione sul campo della Medaglia d’Argento al V.M. alla Memoria: purtroppo, il precipitare degli eventi bellici e la conseguente tragica situazione dell’aprile del 1945 non ne consentirono il conferimento definitivo. Segue la motivazione della proposta:

Egli, nella notte del 20 gennaio del 1945, sulla cima innevata del San Gabriele, incitando i suoi marinai con le parole e con l’esempio, resistette per molte ore ai violenti e reiterati attacchi di una intera brigata partigiana slovena. Infine, alla testa del suo reparto ed incurante del pericolo, con rapido movimento, si slanciò sul fianco del nemico, contribuendo validamente a determinarne la ritirata. Colpito al petto nella fase finale del combattimento, spirò con il sorriso sulle labbra ed il suo sangue, arrossando la bianca coltre della vecchia trincea, scavata nella prima guerra mondiale, si aggiunse a quello versato dai Padri per la conquista della stessa Cima. Fulgido esempio di dedizione totale alla Patria adorata, immolò la sua giovane vita affinché Gorizia fosse per sempre italiana.

sabato 5 gennaio 2008

Osoppo e Xa MAS



DA IL PICCOLO DI TRIESTE DEL 28 DICEMBRE 2007

STORIA Nuove rivelazioni dagli archivi segreti e un libro di Gorazd Bajc
partigiani della Osoppo e X Mas insieme per difendere Trieste

Gorazd Bajc, sloveno di Trieste, laureato presso la Facoltà di Lettere dell'Ateneo Triestino - in seguito ha conseguito a Lubiana il master e il dottorato di ricerca - è attualmente ricercatore e docente presso l'Università del Litorale di Capodistria. Studioso di storia dei Servizi Segreti angloamericani nel periodo bellico, ha lavorato a lungo negli archivi riservati della Slovenia, in quelli di Londra e sulla documentazione statunitense. È autore di numerosi saggi e di tre monografie.

La biografia di Ivan Marija Cok (uno dei leader politici degli sloveni del Litorale durante il fascismo e la guerra) che uscì nel 2000 e due anni dopo di «Iz nevidnega na plan» (che potremmo tradurre «Dall'anonimato alla luce del sole»), che tratta della collaborazione tra alcuni sloveni del Litorale e i Servizi Segreti Britannici nel reclutare e inviare le missioni speciali in Slovenia durante la Seconda Guerra Mondiale.

Argomento poco indagato come lo è la vicenda degli sloveni della Venezia Giulia, inquadrati dal Regio Esercito Italiano nei battaglioni speciali e utilizzati poi dai Servizi Segreti britannici in Africa settentrionale, in Sardegna ed in Corsica in funzione della loro politica, come emerge dal volume di Sara Perini «Battaglioni Speciali, Slav Company 1940-1945».

Nell'ultima fatica «Operazione Venezia Giulia (Operacija Julijska krajina)», pubblicata l'anno scorso dalla casa editrice Annales di Capodistria, il giovane storico tende a rovesciare alcune consolidate interpretazioni sulla storia della resistenza italiana, ripercorrendo le vicende ed esaminando il ruolo di tutte le missioni angloamericane e di quelle collegate ai Servizi Segreti italiani il SIM (Servizo Informazioni Militare) e quelle del SIS (Servizio Informazioni Segrete della Marina) al confine orientale italiano.

Molti documenti reperiti negli Archivi di Londra e di Washington ci permettono di tracciare una panoramica completa sull'attività di queste missioni a diverso livello d'importanza, che non hanno agito contemporaneamente. Quelle britanniche di lunga tradizione ed esperienza riuscirono a comprendere più degli altri le difficoltà, per l'Italia, di mantenere il confine prebellico. Dopo l'8 settembre 1943 non esiste infatti nessuna formazione militare italiana in grado di difenderlo efficacemente, mentre il movimento partigiano jugoslavo acquista una crescente forza militare e politica, che vuole esercitare il proprio peso anche nella ridefinizione del confine.

Con le nuove fonti riservate scoperte dal Bajc è possibile oggi verificare l'entità numerica delle missioni, da chi furono composte, dove fossero attive, quali fossero i loro legami con le varie unità militari e le formazioni partigiane.

Chiediamo all'autore di «Operacija Julijska krajina» di entrare direttamente nel merito delle sue più importanti scoperte.
«Nel volume analizzo, tra l'altro, soprattutto con documenti angloamericani, come le formazioni partigiane della Osoppo avessero cercato insieme alla X MAS di costituire un fronte unico per difendere il confine prebellico e dare un supporto agli angloamericani per farli arrivare nella Venezia Giulia prima delle truppe di Tito.

Oggi è possibile comprendere più a fondo il ruolo degli osovani nei loro rapporti con il governo del Sud, il cosiddetto "piano De Courten", e gli angloamericani, intenzionati a loro volta, con il progetto ”antiscorch”, a prevenire eventuali disordini sociali di cui avrebbero potuto avvantaggiarsi i comunisti alla fine del conflitto.


Gli alleati apprezzano le capacità militari della X MAS, ne rilevano il nazionalismo ed una certa autonomia nei confronti della Repubblica di Salò e dei tedeschi, rimarcano l'importanza del comandante Junio Valerio Borghese ed i contatti che si sviluppano tra la fine del '44 e gli inizi del '45, tra la Osoppo e la X MAS».


«Se non si costituì un fronte antislavo anticomunista, come si diceva allora, bisogna comunque far notare - prosegue Bajc, - che un documento dei Servizi Segreti Britannici rileva come dopo la prima decade di febbraio 1945 la X MAS non ha più attaccato i partigiani, tranne quelli di Tito. Non meno significativi i dati riguardanti la strage di Porzus (7 febbraio 1945) che indicano il clima di sospetto creatosi intorno alla Osoppo. I britannici volevano capire che cosa fosse realmente accaduto e annotarono che alcuni capi osovani cercarono subito di puntare il dito contro i partigiani sloveni».

«Oggi - precisa lo studioso - molti indizi possono indurre ad ipotizzare una macchinazione dei Servizi Segreti americani, tesi avanzata a suo tempo (nel 1997) dal giudice Carlo Mastelloni. Non meno significativa la documentazione britannica riguardante le rivendicazioni territoriali dei partigiani sloveni, rivolte al territorio delimitato dall'Isonzo. Secondo le stesse fonti, negli ambienti osovani circolavano voci secondo cui le mire espansioniste jugoslave si spingevano fino al Tagliamento. Poteva essere una delle strategie utili a creare allarme per sollecitare gli angloamericani ad arrivare prima di Tito, come lo fu quella d'associare l'invio delle truppe jugoslave ai massacri che queste avrebbero perpetrato.

Dati significativi aprono la strada a nuovi percorsi di ricerca su una resistenza italiana che si sta sempre più demitizzando (in un certo senso potremmo anche riconsiderare alcune fasi della resistenza slovena/jugoslava). L'idea di una lotta comune contro il nazifascismo passava spesso in secondo piano. Nelle ricerche di Giulio Ceccato per il Veneto, per esempio, le forze anticomuniste cercarono di ostacolare in tutti i modi la presa del potere da parte comunista; al confine orientale la situazione era analoga, con l'aggravante del problema del confine. Gli stessi garibaldini si unirono in parte alle forze partigiane jugoslave del IX Korpus verso la fine del '44.

In difficoltà, a causa dei rastrellamenti minacciati dai tedeschi e dai loro fiancheggiatori, cercarono una via d'uscita, un luogo più sicuro, dai partigiani sloveni, che inoltre davano loro la garanzia di non disarmarli, come invece, erano intenzionati a farlo, alla fine della guerra, gli angloamericani».
«Interessante appare inoltre l'ottica con la quale i Servizi angloamericani interpretavano il comunismo jugoslavo - aggiunge Bajc, - spesso accusato di nazionalismo, ma in modo diverso da quanto emerge oggi dai media, per ragioni tutt'altro che storiografiche. I garibaldini (di fede comunista) non nutrivano fiducia nella democrazia italiana, temevano che nel dopoguerra le forze conservatrici potessero avere il sopravvento».
«I Servizi Segreti americani d'altronde rilevavano l'impegno dell'Italia, sul piano politico e diplomatico, a difesa dei confini orientali e la posizione del CLN triestino e giuliano.

Sottolineavano che la resistenza intorno al CLN giuliano era in sostanza molto scarsa, militarmente interessanti venivano recepiti solo i partigiani sloveni e jugoslavi. Ai garibaldini si riconosceva, invece, una forza militare e risultavano interessanti per i disegni strategici alleati così come lo erano gli osovani».
«Mentre in ambito sloveno si creò una grande frattura politica tra il movimento partigiano e quello antipartigiano con lotte sanguinose - sottolinea lo storico sloveno, - in Italia prevalse, nonostante la diversità o la contrapposizione degli schieramenti, l'intento comune di salvaguardare gli interessi nazionali».
«Per quanto riguarda l'insurrezione del 30 aprile, senza sottovalutare i combattimenti nel centro di Trieste, appaiono decisivi sul piano militare quelli svoltisi intorno alla città, soprattutto ad Opicina e a Basovizza. Sono del parere che al 30 aprile dovremmo attribuire un valore simbolico».

Marina Rossi

sabato 29 dicembre 2007

Tarnova per Casarrubea 2



In riferimento al post "Tarnova per Casarrubea" http://http//associazioneitalia.blogspot.com/2007/12/tarnova-per-casarrubea.html/ il veterano Franco Minelli, in nome dell'Associazione Combattenti Xa Flottiglia MAS, ha inviato una lettera a "Educazione e Scuola", della quale riportiamo uno stralcio:

[...] Quello che mi sconvolge e che consiglierei al Direttore di far togliere ed anche di far ritrattare,sono due righe a pag.7 "...come lo sterminio ad opera
della Decima Mas,del villaggio di Tarnova,". Il 21 Dicembre 1944 un contingente della X^(btg.Sagittario,125 Marò)entrava in Tarnova dopo un breve combattimento contro truppe titine del IX Corpus ed i garibaldini delle Triestina-Natisone,che vista la mala parata si ritiravano velocemente.Dietro di noi un raggruppamento d'artiglieria,la batteria San Giorgio e il 10° Polizei tedesco,che non presero nemmeno parte al combattimento. Non fu sparato nessun colpo di cannone ma solo tiri di mortaio oltre il paese. Trovammo solo vecchi,qualche famiglia con bimbi piccoli e tanta,tanta fame.Il solo fuoco vivo fu quello di due forni per fare il pane e distribuirlo ai pochi italo-slavi rimasti in paese. Quindi niente "sterminio"come denuncia la deficenza storica di Casarrubea. La "distruzione di Tarnova"(se vogliamo chiamare così un agglomerato di venti case semi-diroccate in partenza),la effettuarono il IX corpus titino e la Triestina-Natisone il giorno 18 Gennaio 1945,con l'intento di distruggere il Btg.Fulmine ed aprirsi inutilmente una strada per Gorizia.[...] Se è vero che siete un sito che volete diffondere Educazione & Verità, mi farebbe piacere poter parlare con il Vs.sig. Cillia,irreperibile al n°mobile da Voi riportato sul sito.

Franco Minelli

martedì 11 dicembre 2007

SOTTO TRE BANDIERE


A cura di Enrico Frattini e Andrea Lombardi
SOTTO TRE BANDIERE
Una vita per la Patria 1941-1946
Le memorie di Giorgio Farotti, Sottotenente in s.p.e. nel Regio Esercito, Guardiamarina nella Decima MAS, Generale nell'Esercito italiano

Il testo è integrato da 100 foto del Raggruppamento Alpino Carnevalis, del Btg. Barbarigo e di altre unità della Decima MAS, la maggior parte inedite e molte di proprietà dell'autore, e da appendici con testimonianze di Reduci della Decima MAS e documenti. Parte del ricavato della vendita del libro sarà donato al "Campo della Memoria" dei Caduti della Decima MAS.
L'autore ha prestato servizio come Sottotenente in s.p.e. nel Regio Esercito e nel Raggruppamento Alpino Carnevalis, e come Guardiamarina nella Decima MAS, dove ricoprì gli incarichi di Comandante della Compagnia Mitraglieri del Battaglione Barbarigo e successivamente di Ufficiale alle Operazioni della stessa unità. Queste memorie, toccanti ma scritte con grande rigore storico-militare, comprendono capitoli sull'addestramento nelle Scuole Ufficiali del REI nel 1941-1942, sulle operazioni nel Goriziano prima e dopo l'otto settembre 1943, e sul periodo nella Decima MAS nel 1944-1945, con interessanti considerazioni sulle tattiche adottate dai Reparti della Decima MAS a Chiapovano, sul San Gabriele, a Tarnova e sul fronte del Senio.

Il testo è integrato da 100 foto del Raggruppamento Alpino Carnevalis, del Btg. Barbarigo e di altre unità della Decima MAS, la maggior parte inedite e molte di proprietà dell'autore, e da appendici con testimonianze di Reduci della Decima MAS e documenti.
Parte del ricavato della vendita del libro sarà donato al "Campo della Memoria" dei Caduti della Decima MAS.

180 pagine, 100 foto in b/n, 10 disegni, f.to 17x24, € 20,00

N.H. Giorgio Farotti (1921-2007), Ufficiale in s.p.e. dal 1943 al 1986. Combattente nel Goriziano e sul fronte Sud dal 1943 al 1945, è decorato di Croce di Guerra al Valor Militare. Ha frequentato la Regia Accademia di Fanteria e di Cavalleria di 0Modena, le Scuole di Applicazione di Parma e Torino e numerosi Corsi di alta specializzazione presso vari Centri Studi ed Esperienze dell’Esercito.
Nel 1965 ha conseguito la qualifica di Psicologo Militare rilasciatagli dal C.N.R. dell’Università di Roma e per tre lustri ha fatto parte, divenendone Presidente, della Commissione mobile per gli accertamenti d’idoneità psico-attitudinale dei concorrenti all’ammissione alle Accademie, Scuole e Collegi Militari.
Nell’arco della sua lunga carriera, terminata con il grado di Maggior Generale, ha comandato tutte le unità operative corrispondenti ai vari gradi rivestiti, ottenendo molteplici encomi dalle S.A. e essendo insignito dell’onorificenza di Commendatore dell’Ordine del Merito della Repubblica Italiana.
Presidente dell’A.N.U.P.S.A. per la regione Liguria e dell’Associazione "Campo della Memoria", con la quale è riuscito a far costruire il Cimitero di Guerra dei caduti del Btg. Barbarigo ad Anzio/Nettuno. I reduci della IV Compagnia del Barbarigo lo hanno nominato Marò Honoris Causa con la motivazione: "con profonda stima ed affetto, per le sue doti eccezionali e per la dedizione ai nostri ideali in pace ed in guerra".
Info e ordini:

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
Rara foto in divisa da Ufficiale della Regia Marina

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
A Nettuno, nel Btg. Barbarigo della Xa MAS

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
Assieme ai suoi marò del Barbarigo

Decima MAS

Decima MAS
Ufficiali del Btg. Maestrale (poi Barbarigo): Tognoloni, Cencetti, Posio, Riondino...

MAS a Nettuno affondano un Pattugliatore americano

MAS a Nettuno affondano un Pattugliatore americano
L'azione di Chiarello e Candiollo in copertina all'Illustrazione del Popolo del 19 marzo 1944