Visualizzazione post con etichetta San Gabriele. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta San Gabriele. Mostra tutti i post

domenica 11 gennaio 2009

I combattimenti sul monte San Gabriele e Tarnova, gennaio 1945 - gennaio 2009










Ricostruzione dell'assalto da elementi del Btg. Barbarigo contro il Monte San Gabriele, 20/21 gennaio 1945, difeso dagli slavi del IX Corpus che accerchiavano il Btg. Fulmine e la Cmp. Volontari di Francia a Tarnova.
Caddero durante l'azione, nella sola IV Cmp. Mortai, il Tenente Alberto Piccoli (poi proposto per la MAVM) e il Marò Scelto Carlo Chiesa, conte dei Bosmensi, di Genova.
Nelle foto una Sezione Breda 37 della Decima MAS, rievocata da membri dell'Associazione ITALIA. Il vestiario mimetico invernale improvvisato fu impiegato dai Marò del Fulmine; meno da quelli del Barbarigo.

venerdì 27 giugno 2008

Lo stendardo della 4a Cp Mortai, aprile 1945




Dalle memorie di Pierluigi Tajana:

Era ormai l’imbrunire e c’invitò a riunire i nostri reparti in un prato vicino al ponte di Bassanello, in località Pra’ della Valle. Alle prime ore del mattino avremmo dovuto raggiungere Padova per la resa e per essere riconosciuti prigionieri di guerra alle dipendenze delle truppe inglesi. Il comandante De Giacomo ci fece un commovente discorso e disse che quello non era 1’8 settembre, che la guerra era ormai finita per tutti, e di essere fieri di essere appartenuti alla Xa MAS. Finimmo con il grido “Decima marinai!”, “Decima comandante!”. Quella sera la Xa era “rientrata in porto” con l’onore delle armi. Fummo tutti presi da un’immensa tristezza. Ero assillato da un dubbio tremendo: secondo il codice d’onore militare esiste l’obbligo, sia per un soldato semplice che per un ufficiale, di non farsi prendere, quando é possibile, prigionieri. D’altra parte avevamo assicurato all’Ufficiale inglese che saremmo rimasti uniti e preparati per il giorno successivo per consegnarci ai comandi inglesi a Padova. Non sapevo come comportarmi. Del resto tutte le forze armate italiane si erano arrese, il governo italiano non esisteva più. Mussolini era stato fucilato. Se fossi scappato, dove sarei potuto andare a finire e cosa sarebbe successo ai miei Marò. Decisi di rimanere ed accettare quello che la sorte mi avrebbe prospettato. Non fu una notte felice. La 4a Compagnia aveva uno stendardo. Lo dividemmo in tanti pezzetti in modo da poterli distribuire ai centotrenta, centoquaranta superstiti. Sono riuscito a conservare quel pezzetto di stoffa, malgrado tutte le traversie subite durante il periodo di prigionia. Lo possiedo ancora e quando mi capita fra le mani, si scatena nella mia mente un fiume di ricordi che mi fanno domandare: “Se un giorno mi trovassi nelle stesse condizioni di allora, e senza le conoscenze di oggi, come mi comporterei?”. La risposta é sempre la stessa; farei le stesse cose di allora. Sono certo che se avessi seguito un’altra condotta la mia coscienza ne sarebbe stata scossa.
Quel "pezzetto della Xa" fu, anni dopo, donato da Tajana a Carla Piccoli, Ausiliaria della GNR e sorella del Tenente Alberto Piccoli, della Cp Mortai del Barbarigo, caduto sul S. Gabriele, e amico fraterno di Tajana e del Tenente (poi Generale dell'EI) Giorgio Farotti. Carla Piccoli ha voluto farci un omaggio toccante donandoci a sua volta quel lembo e le storie che vi sono intorno, dalla memoria di suo fratello e del Tenente Tajana, a tutti i marò del Barbarigo.

Un riconoscimento che vale più di mille parole ai nostri modesti sforzi nel preservare la memoria dei combattenti del Barbarigo e della Xa.

Cogliamo l'occasione per ringraziare e salutare l'Aus. Carla Piccoli, la sua bella famiglia, e il nipote Giorgio Zett, autore di un DVD di foto e filmati sul Campo della Memoria, e l'amico e socio Mauro Decorlati! Grazie a lui abbiamo anche potuto visitare il nostro carissimo amico Giulio Ronchi, marò della Cp. Mitr. del Barbarigo, che ci ha aiutato fattivamente in più di una occasione, e la sua simpaticissima moglie!

lunedì 3 marzo 2008

Il Monte San Gabriele, come vissuto dal Marò Mitr. Giulio Ronchi



Il Marò Mitr. Giulio Ronchi


Vista attuale dal Monte San Gabriele
Giulio Ronchi e Egidio Cateni, 50 anni dopo, presso il muro della casa
(oggi ristrutturata) dietro la Chiesa di Tarnova dove gli slavi fucilarono
diversi Marò del Fulmine, per poi seppellirli frettolosamente nel terreno antistante.
Testimonianza del Marò Mitr. Giulio Ronchi, Compagnia Mitraglieri "Bartoli", Battaglione Barbarigo, Decima MAS.

"Quando la notte del 20 gennaio siamo arrivati sul San Gabriele nel Goriziano, c'erano 20 gradi sotto zero e una bora maledetta. Noi Mitraglieri, chissà perché, eravamo davanti, mentre dovevano essere i Fucilieri ad appostarsi davanti a noi. I Mortaisti invece erano sulla nostra sinistra. Mentre prendevamo posizione scoprimmo un gran numero di trincee, erano quelle della guerra 1915-1918, e anche adesso sono tali e quali. La mia Squadra, formata dal Sc. Franco Merli (Vice Capo Squadra), veterano della RM, armato di FM Breda 30, Orazio Andenna, portatreppiede della Breda 37, nostra arma principale, da me portarma-tiratore della 37, dal mio fraterno amico Giorgio Paladini e da altri Fucilieri portamunizioni, e comandata dal Sergente AU Marco Betti, assente in quel momento) e dal Cte di Plotone 2o Capo Francesco Puggioni, veterano di Nettuno, era appostata sul lato est del San Gabriele: alle nostre spalle c'era Gorizia. A nostra insaputa, proprio dal nostro versante, mentre noi finivamo di sistemarci e scoprivamo reperti della Grande Guerra, stavano salendo verso la vetta centinaia di slavi del IX Korpus di Tito, che intendevano prendere il San Gabriele, accerchiare le nostre forze ed arrivare in vista di Gorizia. Nonostante fossero ormai a poche decine di metri di distanza, noi vedevamo soltanto il nero della notte senza luna, e il biancore della neve, sino a quando Brunetti, un Marò di Genova, si alzò per andare a urinare e dopo aver fatto qualche passo tornò però indietro precipitosamente, dicendoci: "Belin, ci sono delle ombre lì davanti, c'è qualcuno dei nostri?". Noi ci guardammo perplessi e gli dicemmo "Tu sei matto!", ma subito dopo sentimmo delle voci parlare in tedesco nel silenzio della notte. Evidentemente anche chi avevamo davanti nell'oscurità ci aveva sentiti, e tentava di fregarci! Per fortuna c'era Tommasini, un friulano che sapeva sloveno e tedesco, e rapidamente ci disse che sentiva anche parlare sloveno; pochi attimi dopo sentimmo distintamente "Na prej!", ossia "Avanti!" in sloveno, e allora saltammo su e dicemmo "Cacchio! Sono slavi!" e immediatamente, senza ordini, abituati dallo stile da Compagnia di Ventura della Decima a reagire autonomamente, aprimmo il fuoco con la Breda, seguiti subito dalle altre mitragliatrici, puntando le armi verso le voci di quel nemico che non scorgevamo. Anche l'altra Squadra del mio Plotone, accanto a noi, quella con il mitr. Egidio Cateni, il porta treppiedi Tito Montanari, Ravazzini e Renato Tripodi aprì il fuoco seguendo l'esempio della nostra, senza attendere ordini; anzi, sulle prime qualcuno dei nostri Ufficiali ci gridò di cessare il fuoco, perchè credevano stessimo sparando per sbaglio contro dei tedeschi! Subito dopo la prima raffica, mi resi conto che non vedevo dove finivano i miei proiettili, poichè il nemico attaccava dal pendio sottostante alle nostre postazioni, e non riuscivo a dare l'alzo giusto all'arma, così urlavo dietro: "I traccianti! I traccianti!", per farmi portare dai miei camerati le lastrine con i proiettili traccianti; finalmente capirono, e potei aggiustare il tiro efficacemente. Poi qualcuno di noi tirò un razzo illuminante e ormai ad appena una decina di metri vedemmo quella che ci sembrava una marea di nemici agitarsi sulla neve, e con la mitragliatrice li mollammo là! Le nostre mitragliatrici avevano falciato gli slavi. Sparammo tutta la notte, con poi l'intervento dei mortaisti della IV Cp.; la mattina dopo rimanemmo turbati nel vedere i nemici morti davanti alle nostre posizioni. Per uno che va a pisciare abbiamo salvato la baracca, sennò ci avrebbero sommersi. Il Tenente Tajana, Cte della IV Cp Mortai, l'Ufficiale che si trovò a dirigere l'azione, e che in quel frangente ci "rimbrottò" di grave insubordinazione, dopo la guerra, ci disse che senza noi Mitraglieri, quella notte, tutto il Barbarigo, colto di sorpresa, sarebbe finito nelle foibe! Questa è stata l'ultima battaglia del IX Korpus prima di ritirarsi, e quella che gli impedì di infiltrarsi nel Goriziano. Il ricordo che ho più vivido è il freddo che ci faceva ghiacciare il nostro fiato sul passamontagna, formando minuscoli ghiaccioli che rimuovevamo con le mani. Noi eravamo dei ragazzi di 17-18 anni, me lo chiedo ancora adesso come abbiamo fatto a resistere in quelle condizioni.Era un attaccamento fraterno, quasi un amore, che ci teneva uniti in quei frangenti. C'era un attaccamento, non abbiamo mai lasciato indietro nemmeno uno dei nostri morti, anche nella ritirata, perché ti sembrava di perderli del tutto a lasciarli andare". "Poi ci hanno dato il cambio, ma noi Mitraglieri eravamo sempre a dare supporto ai Fucilieri, mi sono trovato con il Valanga e con la Cp Serenissima, con il tutto il mio Plotone compreso la Squadra con il mitr. Egidio Cateni, ci avevano aggregati per portare aiuto al Fulmine a Tarnova per lo sganciamento dall'accerchiamento. Partecipammo anche al recupero dei caduti del Fulmine, mi è toccato vedere dove erano sepolti, dietro il Cimitero, con 20-30 cm di terra. Recuperati i morti li portammo a Gorizia. Mi ricordo che passai tutta una notte di sentinella a vegliare quei caduti, per un ragazzo come me fu un'esperienza molto dura. Rientrati alla Caserma Gotti a Vittorio Veneto fummo poi, con una cerimonia alla Caserma del Castello del Col di Luna a Conegliano, sede delle nostre Ausiliarie SAF Xa, presente anche il nostro Cte Cp Mitr. GM Giorgio Farotti, premiati con Encomi Solenni e furono nominati Sergenti gli AU del nostro Plotone, Augusto Bruzzesi e Benedetto Niccolai, e Egidio Cateni fu nominato Sottocapo e Comandante di Squadra, sostituendo in tale funzione il Secondo Capo Domenico Gravoglio, proveniente dai Mezzi d'Assalto di Superficie, caduto eroicamente in azione a Chiapovano il 24 dicembre 1944".



mercoledì 9 gennaio 2008

Ricordo del Tenente Alberto Piccoli, Btg. Barbarigo




Foto: Il Tenente Piccoli (a sinistra) con il Tenente Farotti.
_____________________
Ricordo del Tenente Alberto Piccoli, 4a Compagnia mortai del Btg. Barbarigo.
___________________


La battaglia del Monte San Gabriele (gennaio 1945)
e la morte del Tenente Alberto Piccoli
____________________

Dal libro Sotto tre bandiere, del Gen. Giorgio Farotti.

Durante la notte un Battaglione sloveno fu mandato all’attacco per riprendere la cima perduta [del Monte San Gabriele, NdC] al mattino ed aprirsi la strada verso Gorizia. Gli attaccanti furono avvistati per puro caso (un Marò era uscito dalla postazione per orinare) e favoriti dal buio, da una leggera nebbia e dalla neve che tutto ovattava, erano ormai arrivati a ridosso delle nostre postazioni. Scoperti, cercarono di far credere di essere tedeschi ma il lancio di un razzo il cui colore non coincideva con gli accordi di riconoscimento e soprattutto la parlata slava, tolse ogni dubbio e le nostre armi aprirono il fuoco [una delle prime armi a sparare fu una Breda 37 della Squadra Betti, azionata dal Marò Mitragliere Giulio Ronchi, seguita subito dalle altre "pesanti", NdC] . Fortuna volle che le prime raffiche di una nostra mitragliatrice centrassero in pieno il Gruppo di Comando che guidava l’attacco, uccidendo il Comandante, il suo Vice, il Commissario politico ed altri cinque graduati in sottordine, rendendo acefalo il reparto attaccante e quindi, privo da quel momento di ordini adeguati alla situazione. Ciononostante il fuoco nemico, molto nutrito, avvolse tutto il nostro schieramento, arrivando a colpire, sul fianco scoperto verso il San Daniele, la Compagnia Mortai da 81. Nel tentativo di portare un’arma al coperto morì il Sottocapo Chiesa, abbracciato al mortaio, mentre il Tenente Piccoli cadde eroicamente mentre guidava il Reparto al contrattacco. Il combattimento si protrasse fino alle prime luci dell’alba, quando gli avversari si ritirarono portandosi via anche i caduti, come era loro abitudine. Restarono solo quelli dello staff che furono trovati allineati nell’ordine di marcia a pochi metri dalla nostra postazione. Appena sorse il sole, la 4ª Compagnia Mortai, unica ad avere subito perdite, poté vendicare i suoi caduti, usando i dati di tiro preparati dal loro eroico Tenente, per centrare con ripetute salve i partigiani in movimento di ritirata nella sottostante pianura innevata e quindi ottimo e facile bersaglio. Intanto a Tarnova il “Fulmine”, in un rapporto di forze di uno contro dieci e con i suoi scarsi mezzi di difesa, aveva eroicamente combattuto sino all’ultimo uomo ed all’ultima cartuccia, soccombendo alla fine solo per l’esaurimento delle munizioni. I pochi superstiti, riuscirono a spezzare l’accerchiamento e, utilizzando lenzuola prese nelle case per mimetizzarsi sulla neve, ad attraversare l’altopiano innevato e scendere incontro alle nostre colonne che ormai, sfondato il fronte nemico, marciavano su Tarnova, rinforzate da reparti tedeschi che, finalmente, avevano deciso di muoversi. Così fallì l’ambizioso piano del IX Korpus, vanificato quasi esclusivamente dall’eroismo dei Marò della Xª che, “Fulmine” in testa, in una situazione, per loro così nuova e difficile, seppero dare prova di grandi virtù guerriere, fino al dono supremo della vita, offerta con slancio e senza esitazione. Entrati in Tarnova, recuperammo le salme dei nostri Caduti che erano state gettate in fosse comuni, assieme ai morti avversari e le riportammo a Gorizia (oggi riposano nel suo Cimitero e noi superstiti, ad ogni anniversario, andiamo a ricordare ai vivi il perché del loro olocausto e le sue conseguenze preziose ai fini della salvaguardia e conservazione all’Italia di quella città). Ai funerali, svolti in forma solenne a Gorizia, parteciparono i familiari del Sottotenente Piccoli che, con l’autovettura del Comandante ed un viaggio notturno pieno di peripezie andai a prendere a Mestre. Successivamente i “suoi” Marò, scorta d’onore, ve lo riportarono ed oggi le sue spoglie riposano nella tomba di famiglia a Vicenza.

Dal diario del Sottocapo A.U. Marco Pittaluga,
4a Compagnia Mortai

[…] L’ho visto il giorno dopo, Chiesa, che era troppo alto e troppo coraggioso, per quella notte tremenda, l’ho rivisto con l’elmetto bucherellato e la barbetta che sembrava troppo nera per un viso così bianco, e non era più il Chiesa allegro e burlone, con cui andavo così d’accordo. Era un essere rigido, ligneo, triste, di cui si diceva con mormorii ammirativi, intorno: “È un eroe, è morto da eroe, avviticchiato al bipede del mortaio, che voleva salvare ad ogni costo…”. Bisogna portare il tubo, ora, giù alla postazione. Ma pesa, e si esita a correre sul terreno scoperto, luccicante, con quell’impaccio; è così confortante il riparo di quel muretto, così incerto, il balzo in avanti. Sono spronato dal disgusto che mi ispira la nostra vigliaccheria collettiva, perché nessuno si muove, ed ho il terrore di dovermi, un giorno, vergognarmi di me stesso. È lo stesso stato d’animo che a Roma mi mise in lista, con pochi, per il ritorno in linea; e che sempre mi ha accompagnato nei momenti più brutti. Così piglio il tubo a mezzo e via, verso la postazione. Cammino a fatica, sprofondando, cadendo, piangendo contro voglia lacrime amare, senza singhiozzi, di rabbia e di disperata impotenza a superare gli ostacoli, a fare più in fretta. Mi raggiunge il Tenente Tajana. Dice poche parole, superandomi, senza fermarsi: “Coraggio, è morto il Tenente Piccoli… bisogna vendicarlo…”. Mi tremano le gambe, ora, non dico niente, ma inciampo più di frequente, perché forse qualcosa mi annebbia gli occhi… Ecco il dolore vero, quello che piega anche la resistenza dei più forti, che fa disperare dell’avvenire, ma che incita anche alle cose più difficili e sublimi… E nella voce del mortaio, che desta gli echi delle valli dove l’alba incomincia ad arrossare la neve, nell’attitudine degli uomini oppressi da un dolore che li ha colpiti in pieno, nella voce che sembra cambiata della mitraglia che ha continuato a sparare, si riconoscono gli accenti di una stanchezza mortale, che non è data da circostanze materiali, ma dalla coscienza della gran perdita subita.


Lettera del Sergente Leonardo Di Bari, Btg. Barbarigo,
al Tenente Colonnello Domenico Piccoli


M.V., 3/2/1945 XXIII
Sig. Piccoli,

I Marò del Barbarigo, commossi, ringraziano e ricambiano gli auguri. Come non abbiamo dimenticato le eroiche gesta del G.M. Alberto Piccoli, tantomeno dimentichiamo il v. gentile pensiero al nostro riguardo. Tutti conoscevamo il Sig. Piccoli vero tipo d’ufficiale repubblicano, pieno di fede e coraggio, ricordo in particolare una sera: mentre si tornava da Slappe, si trattava di 28 Km. a piedi, lui più volte malgrado le proteste dei suoi Marò si caricò sulle spalle il tubo del mortaio e la piastra dello stesso, quindi chi può dimenticare? Ci sarebbero tanti atti di bontà, prove di coraggio e sprezzo del pericolo a suo riguardo, la medaglia d’argento se l’ha ben guadagnata. La sua scomparsa ha causato un vuoto in noi tutti, ma nel nostro cuore è sempre “Presente” affinché ci guida alla sua vendicazione, e difendere il sacro suolo della nostra cara e amata Patria, quella Patria che purtroppo molti italiani non concepiscono il significato, e perché siamo i veri figli di “Mussolini”, che abbiamo giurato per la vita o morte per la nostra causa il Fascismo. Io sono da 8 anni in servizio e non sono stanco, spero fra giorni poter raggiungere il Btg. al fronte. Fervidi auguri da noi tutti e cordiali i Marò del “Barbarigo”.

Italia! Duce! Decima!

Serg. Di Bari Leonardo

Ospedale Militare
Mirano Veneto




Testimonianza del Marò Mario Fusco,
4a Compagnia Mortai


Subito dopo l’attacco laterale [gli slavi attaccarono frontalmente, dove furono bloccati dal fuoco dei mitraglieri delle Breda 37, e sul retro del fianco destro dello schieramento del Barbarigo, ove era posta la Compagnia Mortai, NdC], quando già in cielo c’erano i primi bengala, ripresomi dalla sorpresa mi venne spontaneo sparare alcuni colpi di 91 verso gli attaccanti. Poi mi apparvero una enormità di proiettili traccianti e sembravano proprio tutti diretti contro di me personalmente! Sul momento abbassai la testa nella neve gelata… ed in quel momento mi sentii toccare la spalla. Era Piccoli che, con il suo solito sorriso (e purtroppo, pur restando chinato, piuttosto incurante dei traccianti e non traccianti) mi disse all’orecchio: “Che fai? Ti stai scavando da solo la fossa?”. Infatti, non so come, sulla neve c’era la forma del mio corpo, testa e fucile compresi, come se avessero dovuto fare un calco. “Va bene” − mi disse, sempre sorridendo, mentre intorno a noi c’era il finimondo − “vienimi dietro assieme agli altri che troveremo più giù e che ci aspettano. Sta attento a non rimanere isolato”. Si alzò del tutto e ricominciò a scendere lungo la dorsale, ed io dietro. Ero pur sempre impaurito perché le cose non si stavano svolgendo secondo le mie previsioni (non mi ero mai trovato accerchiato con il mio reparto) ma ero rassicurato dalla presenza di Alberto, che avrei comunque seguito in capo al mondo. Raggiungemmo un gruppo di 20 o 30 marò in fondo all’erta, quasi al pianoro di metà monte, e da lì partimmo − in tre squadre − al contrattacco. Io rimasi sempre insieme a Piccoli. Sino alla cima. Ci conduceva velocemente su per l’erta sul versante est, sparava e ricaricava il suo MAB, si voltava per controllare gli uomini, rincuorava, ordinava qualcosa (per esempio, verso la cima, quando si accorse che le retrovie slave avevano fatto in tempo ad attestarsi nelle vecchie trincee, ci condusse sotto e lanciò e fece lanciare una bomba a mano a testa, dopo aver raccomandato di fare l’ultimo balzo dopo aver sentito lo scoppio delle bombe). Nel frattempo aveva mandato due marò ad avvertire che dalla linea difensiva della sera precedente non sparassero nella nostra direzione (e lo stesso aveva fatto prima di passare − inseguendo gli slavi − al piccolo avamposto); stava sempre avanti a tutti, si alzava per primo per correre avanti. Prima dell’ultimo balzo e delle istruzioni relative, aveva fatto scorrere l’ordine di attestarci nelle trincee al posto degli slavi non appena ci saremmo arrivati, e di continuare il fuoco tenendo la posizione ad ogni costo. Lungo la salita aveva lasciato dei piccoli presidi verso est-sud/est. Sembrava eccitato e, direi quasi, felice: la “prova del fuoco” lo rendeva sicuro di sé, gli dava energia: quando si lanciava avanti − in salita sempre − gridava e noi si gridava con lui “Decima! San Marco! Italia!”… qualcuno parolacce o purtroppo anche qualche “moccolo”. Io gridavo con loro e mi raccomandavo alla Madonna, ma seguivo sempre Alberto, sparavo, facevo tutto quello che vedevo fare a lui o quello che diceva, passavo parola. Dopo aver lanciato anch’io la mia bomba come gli altri, appena vidi a sinistra Alberto alzarsi e correre avanti in salita, feci altrettanto, e gli altri a destra e sinistra, lo stesso. Urlavamo tutti come pazzi e qualcuno sparava anche. Poco prima di entrare urlando anch’io come un pazzo in una delle trincee che erano quasi sulla cima, verso est, vidi in un lampo Alberto cadere mentre correva [in realtà il Tenente Piccoli perse la vita poco dopo, mentre aveva raggiunto le posizioni dei Fucilieri, accanto alla buca del Marò Silvio Lenardon, NdC].

Guardiamarina Alberto Piccoli (S.Ten. Alpini)

Nato il 10 novembre 1922 a Vicenza, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrisse alla facoltà di Architettura. Arruolatosi volontario negli Alpini al compimento dei diciotto anni, fu assegnato al 7° Reggimento Alpini. Frequentò le Scuole militari di Belluno, Asiago e Aosta. Sottotenente, fu inviato sul fronte francese. Dopo l’8 settembre 1943, fu inviato alle Scuole di Guerra di Faenza e Alessandria. Si presentò volontario alla Decima MAS, e fu assegnato al Btg. Barbarigo quale vice-comandante della 4a Compagnia Mortai. Nei combattimenti del Battaglione nel Goriziano, Piccoli si distinse durante la battaglia di Chiapovano il 23 dicembre 1944, individuando le sorgenti di fuoco nemiche e facendole battere efficacemente dal fuoco dei suoi mortai. Cadde in azione sul San Gabriele il 20 gennaio 1945, alla testa dei suoi uomini, conducendo un contrattacco. Decorato della Croce di Ferro di Seconda Classe, fu proposto per la concessione sul campo della Medaglia d’Argento al V.M. alla Memoria: purtroppo, il precipitare degli eventi bellici e la conseguente tragica situazione dell’aprile del 1945 non ne consentirono il conferimento definitivo. Segue la motivazione della proposta:

Egli, nella notte del 20 gennaio del 1945, sulla cima innevata del San Gabriele, incitando i suoi marinai con le parole e con l’esempio, resistette per molte ore ai violenti e reiterati attacchi di una intera brigata partigiana slovena. Infine, alla testa del suo reparto ed incurante del pericolo, con rapido movimento, si slanciò sul fianco del nemico, contribuendo validamente a determinarne la ritirata. Colpito al petto nella fase finale del combattimento, spirò con il sorriso sulle labbra ed il suo sangue, arrossando la bianca coltre della vecchia trincea, scavata nella prima guerra mondiale, si aggiunse a quello versato dai Padri per la conquista della stessa Cima. Fulgido esempio di dedizione totale alla Patria adorata, immolò la sua giovane vita affinché Gorizia fosse per sempre italiana.

martedì 11 dicembre 2007

SOTTO TRE BANDIERE


A cura di Enrico Frattini e Andrea Lombardi
SOTTO TRE BANDIERE
Una vita per la Patria 1941-1946
Le memorie di Giorgio Farotti, Sottotenente in s.p.e. nel Regio Esercito, Guardiamarina nella Decima MAS, Generale nell'Esercito italiano

Il testo è integrato da 100 foto del Raggruppamento Alpino Carnevalis, del Btg. Barbarigo e di altre unità della Decima MAS, la maggior parte inedite e molte di proprietà dell'autore, e da appendici con testimonianze di Reduci della Decima MAS e documenti. Parte del ricavato della vendita del libro sarà donato al "Campo della Memoria" dei Caduti della Decima MAS.
L'autore ha prestato servizio come Sottotenente in s.p.e. nel Regio Esercito e nel Raggruppamento Alpino Carnevalis, e come Guardiamarina nella Decima MAS, dove ricoprì gli incarichi di Comandante della Compagnia Mitraglieri del Battaglione Barbarigo e successivamente di Ufficiale alle Operazioni della stessa unità. Queste memorie, toccanti ma scritte con grande rigore storico-militare, comprendono capitoli sull'addestramento nelle Scuole Ufficiali del REI nel 1941-1942, sulle operazioni nel Goriziano prima e dopo l'otto settembre 1943, e sul periodo nella Decima MAS nel 1944-1945, con interessanti considerazioni sulle tattiche adottate dai Reparti della Decima MAS a Chiapovano, sul San Gabriele, a Tarnova e sul fronte del Senio.

Il testo è integrato da 100 foto del Raggruppamento Alpino Carnevalis, del Btg. Barbarigo e di altre unità della Decima MAS, la maggior parte inedite e molte di proprietà dell'autore, e da appendici con testimonianze di Reduci della Decima MAS e documenti.
Parte del ricavato della vendita del libro sarà donato al "Campo della Memoria" dei Caduti della Decima MAS.

180 pagine, 100 foto in b/n, 10 disegni, f.to 17x24, € 20,00

N.H. Giorgio Farotti (1921-2007), Ufficiale in s.p.e. dal 1943 al 1986. Combattente nel Goriziano e sul fronte Sud dal 1943 al 1945, è decorato di Croce di Guerra al Valor Militare. Ha frequentato la Regia Accademia di Fanteria e di Cavalleria di 0Modena, le Scuole di Applicazione di Parma e Torino e numerosi Corsi di alta specializzazione presso vari Centri Studi ed Esperienze dell’Esercito.
Nel 1965 ha conseguito la qualifica di Psicologo Militare rilasciatagli dal C.N.R. dell’Università di Roma e per tre lustri ha fatto parte, divenendone Presidente, della Commissione mobile per gli accertamenti d’idoneità psico-attitudinale dei concorrenti all’ammissione alle Accademie, Scuole e Collegi Militari.
Nell’arco della sua lunga carriera, terminata con il grado di Maggior Generale, ha comandato tutte le unità operative corrispondenti ai vari gradi rivestiti, ottenendo molteplici encomi dalle S.A. e essendo insignito dell’onorificenza di Commendatore dell’Ordine del Merito della Repubblica Italiana.
Presidente dell’A.N.U.P.S.A. per la regione Liguria e dell’Associazione "Campo della Memoria", con la quale è riuscito a far costruire il Cimitero di Guerra dei caduti del Btg. Barbarigo ad Anzio/Nettuno. I reduci della IV Compagnia del Barbarigo lo hanno nominato Marò Honoris Causa con la motivazione: "con profonda stima ed affetto, per le sue doti eccezionali e per la dedizione ai nostri ideali in pace ed in guerra".
Info e ordini:

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
Rara foto in divisa da Ufficiale della Regia Marina

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
A Nettuno, nel Btg. Barbarigo della Xa MAS

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
Assieme ai suoi marò del Barbarigo

Decima MAS

Decima MAS
Ufficiali del Btg. Maestrale (poi Barbarigo): Tognoloni, Cencetti, Posio, Riondino...

MAS a Nettuno affondano un Pattugliatore americano

MAS a Nettuno affondano un Pattugliatore americano
L'azione di Chiarello e Candiollo in copertina all'Illustrazione del Popolo del 19 marzo 1944