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domenica 20 marzo 2011

In memoria del Marò Mitr. Giulio Ronchi, Btg. Barbarigo




Ma nessuno di voi è morto finché noi non morremo tutti.
E fino a quando sarà in piedi uno del Barbarigo lo sarete anche voi.


Il Marò Mitr. del Btg. Barbarigo Giulio Ronchi è deceduto qualche giorno fa.

Era un giovanissimo Marò coraggioso e leale, un grande promotore di ricerche sulla storia del Barbarigo, e un mio amico carissimo, che piango con grande tristezza.

Ciao Giulio, un saluto dal tuo amico Andrea.

Una sua testimonianza è qui: http://associazioneitalia.blogspot.com/200...issuto-dal.html

domenica 4 luglio 2010

Con il Barbarigo a Nettuno, di Luciano Luci Chiariti (Luciano L. Chiarissi)




L. L. Chiariti

Con il Barbarigo a Nettuno


Pagine 127
Formato 21x14
Copertina brossura
Lingua Italiano
Prezzo: 16.00 €



Anastatica di un'opera del settembre 1944 con le riflessioni di un maro' della Decima MAS reduce dal fronte di Anzio-Nettuno.Sono raccolte le impressioni sul tempo passato al fronte, la guerra di posizione, i commilitoni, e la vita in linea. In appendice l'elenco dei caduti del Barbarigo, le onorificenze concesse e lo spartito dell'inno della X MAS a cura del maro' Giulio Ronchi.

Un estratto dell'opera dal primo capitolo:

GUARDANDO GLI APPUNTI

In questi ultimi tempi ho letto qualche corrispondenza di guerra postuma dal fronte di Nettuno e ci sono rimasto parecchio male. Io ho forse il torto di far parte di quella schiera di persone che pensano dover essere l'onestà il criterio informatore di ogni azione umana, e mi ha quindi fatto una brutta impressione leggere tante belle parole che non significano niente su argomenti che per la loro intima forza non hanno assolutamente bisogno di infioramenti. A parlarci chiaro la maggior parte di questi signori che oggi fanno della bella letteratura, in linea non si sono mai visti ed oso pensare che abbiano voluto seguire la poco eroica tradizione degli inviati, che vedono la guerra da una camera d'albergo e salvano la baracca lavorando molto di fantasia.Tutto questo, proprio mentre si parla di ricostruire anzitutto un ordine morale, è un affare piuttosto stonato e direi che si dovrebbe trovare il modo di farla finita. Farla finita anche per dimostrare coi fatti che si ha la ferma volontà di eliminare ogni stortura e che l’era delle chiacchiere deve considerarsi definitivamente tramontata.Gli avvenimenti che viviamo sono troppo seri ed impegnativi perché sia permesso assistervi con atteggiamento superficiale.Ho accanto a me un blocchetto di appunti che ho trovato nella borsa tattica proprio mentre ero sicuro di averlo dimenticato o perduto. Pagine zeppe di parole scritte a matita, in una maniera indecifrabile dai profani, in momenti vari della giornata, quando anche nella buca ti saltava il ghiribizzo di fissare sulla carta impressioni e ricordi.Sensazioni e pensieri strani alle volte, vi assicuro, forse anche perché per il fronte ero un novellino, una matricola e ad ogni cosa amavo dare un significato e fare un raffronto con quanto su di esse avevo fantasticato nelle giornate in cui tra me e la linea si interponevano tanti ostacoli.Quando un'idea ci infiamma e gli anni hanno ancora un sapore di sogno, la guerra è un dono magnifico di cui si scorge solo il lato romantico.Solamente più tardi - dopo molte cadute - quel duro selciato che ha nome esperienza ci fa esaminare le cose con spirito realistico e - anche se molte illusioni restano ai lati della strada - quel ben sagomato e quadrato edificio che è ormai la nostra personalità è sempre pervaso dalla benedetta Poesia che, anche in formato ridotto, vogliamo difendere da contingenze e scetticismi.Al fronte ci sono quindi arrivato con idee abbastanza chiare sugli uomini ed i loro pregi o difetti. Non mi attendevo di trovare delle schiere di santi o di eroi; non ho avuto delusioni. Ad essere sincero qualche sorpresa in senso buono.Intendiamoci non voglio cadere nell’eccesso opposto col voler descrivere la guerra sostanziata esclusivamente di orrori e brutture, di esseri brutali ed egoisti che pur di giungere ad un loro scopo particolare si venderebbero anche l'anima. No, no. Intendo chiarire che anche la guerra è come tutte le cose della nostra vita. Uno va a cogliere una bella rosa e si punge con le spine. Il vecchio ritornello è sempre vero; anche nel nostro caso.



Effepi Edizioni

Via Balbi Piovera 7
16149 Genova
Telefono +39 010 6423334
Mobile +39 338 9195220

venerdì 27 giugno 2008

Lo stendardo della 4a Cp Mortai, aprile 1945




Dalle memorie di Pierluigi Tajana:

Era ormai l’imbrunire e c’invitò a riunire i nostri reparti in un prato vicino al ponte di Bassanello, in località Pra’ della Valle. Alle prime ore del mattino avremmo dovuto raggiungere Padova per la resa e per essere riconosciuti prigionieri di guerra alle dipendenze delle truppe inglesi. Il comandante De Giacomo ci fece un commovente discorso e disse che quello non era 1’8 settembre, che la guerra era ormai finita per tutti, e di essere fieri di essere appartenuti alla Xa MAS. Finimmo con il grido “Decima marinai!”, “Decima comandante!”. Quella sera la Xa era “rientrata in porto” con l’onore delle armi. Fummo tutti presi da un’immensa tristezza. Ero assillato da un dubbio tremendo: secondo il codice d’onore militare esiste l’obbligo, sia per un soldato semplice che per un ufficiale, di non farsi prendere, quando é possibile, prigionieri. D’altra parte avevamo assicurato all’Ufficiale inglese che saremmo rimasti uniti e preparati per il giorno successivo per consegnarci ai comandi inglesi a Padova. Non sapevo come comportarmi. Del resto tutte le forze armate italiane si erano arrese, il governo italiano non esisteva più. Mussolini era stato fucilato. Se fossi scappato, dove sarei potuto andare a finire e cosa sarebbe successo ai miei Marò. Decisi di rimanere ed accettare quello che la sorte mi avrebbe prospettato. Non fu una notte felice. La 4a Compagnia aveva uno stendardo. Lo dividemmo in tanti pezzetti in modo da poterli distribuire ai centotrenta, centoquaranta superstiti. Sono riuscito a conservare quel pezzetto di stoffa, malgrado tutte le traversie subite durante il periodo di prigionia. Lo possiedo ancora e quando mi capita fra le mani, si scatena nella mia mente un fiume di ricordi che mi fanno domandare: “Se un giorno mi trovassi nelle stesse condizioni di allora, e senza le conoscenze di oggi, come mi comporterei?”. La risposta é sempre la stessa; farei le stesse cose di allora. Sono certo che se avessi seguito un’altra condotta la mia coscienza ne sarebbe stata scossa.
Quel "pezzetto della Xa" fu, anni dopo, donato da Tajana a Carla Piccoli, Ausiliaria della GNR e sorella del Tenente Alberto Piccoli, della Cp Mortai del Barbarigo, caduto sul S. Gabriele, e amico fraterno di Tajana e del Tenente (poi Generale dell'EI) Giorgio Farotti. Carla Piccoli ha voluto farci un omaggio toccante donandoci a sua volta quel lembo e le storie che vi sono intorno, dalla memoria di suo fratello e del Tenente Tajana, a tutti i marò del Barbarigo.

Un riconoscimento che vale più di mille parole ai nostri modesti sforzi nel preservare la memoria dei combattenti del Barbarigo e della Xa.

Cogliamo l'occasione per ringraziare e salutare l'Aus. Carla Piccoli, la sua bella famiglia, e il nipote Giorgio Zett, autore di un DVD di foto e filmati sul Campo della Memoria, e l'amico e socio Mauro Decorlati! Grazie a lui abbiamo anche potuto visitare il nostro carissimo amico Giulio Ronchi, marò della Cp. Mitr. del Barbarigo, che ci ha aiutato fattivamente in più di una occasione, e la sua simpaticissima moglie!

martedì 10 giugno 2008

Lo spartito dell'Inno della Xa MAS








Conosciamo tutti le parole e la musica dell'Inno della Xa MAS, ma ora grazie al Marò Mitr. del Barbarigo Giulio Ronchi, e al Maestro Oscar Costa, ne conosciamo anche lo spartito!

Oltre allo spartito, postiamo il testo originale dell'Inno della Xa Flottiglia MAS dettato dalla Contessa Daria Olsufiev Borghese durante le festività del Natale 1943 alla Ausiliaria Jole Corigliano nella saletta delle riunioni dell' Albergo delle Palme, come fà fede a tergo la carta intestata dello scritto. Ora Hotel Shelley - Lerici - La Spezia. Testo tratto dal libro "Btg. N.P." di Armando Zarotti, Aiutante Maggiore Del Btg. Notare alla seconda strofa "Quando all' obbrobrio"... la parola "obbrobrio" - sostituita dalla parola "ignobil" - meglio cantabile.

Seguono la foto dell'Hotel Shelley ex Delle Palme di Lerici dove alloggiavano il Com. Borghese con moglie e diversi Ufficiali della Xa MAS.

Note e documenti del Marò Mitr. Giulio Ronchi.

lunedì 3 marzo 2008

Il Monte San Gabriele, come vissuto dal Marò Mitr. Giulio Ronchi



Il Marò Mitr. Giulio Ronchi


Vista attuale dal Monte San Gabriele
Giulio Ronchi e Egidio Cateni, 50 anni dopo, presso il muro della casa
(oggi ristrutturata) dietro la Chiesa di Tarnova dove gli slavi fucilarono
diversi Marò del Fulmine, per poi seppellirli frettolosamente nel terreno antistante.
Testimonianza del Marò Mitr. Giulio Ronchi, Compagnia Mitraglieri "Bartoli", Battaglione Barbarigo, Decima MAS.

"Quando la notte del 20 gennaio siamo arrivati sul San Gabriele nel Goriziano, c'erano 20 gradi sotto zero e una bora maledetta. Noi Mitraglieri, chissà perché, eravamo davanti, mentre dovevano essere i Fucilieri ad appostarsi davanti a noi. I Mortaisti invece erano sulla nostra sinistra. Mentre prendevamo posizione scoprimmo un gran numero di trincee, erano quelle della guerra 1915-1918, e anche adesso sono tali e quali. La mia Squadra, formata dal Sc. Franco Merli (Vice Capo Squadra), veterano della RM, armato di FM Breda 30, Orazio Andenna, portatreppiede della Breda 37, nostra arma principale, da me portarma-tiratore della 37, dal mio fraterno amico Giorgio Paladini e da altri Fucilieri portamunizioni, e comandata dal Sergente AU Marco Betti, assente in quel momento) e dal Cte di Plotone 2o Capo Francesco Puggioni, veterano di Nettuno, era appostata sul lato est del San Gabriele: alle nostre spalle c'era Gorizia. A nostra insaputa, proprio dal nostro versante, mentre noi finivamo di sistemarci e scoprivamo reperti della Grande Guerra, stavano salendo verso la vetta centinaia di slavi del IX Korpus di Tito, che intendevano prendere il San Gabriele, accerchiare le nostre forze ed arrivare in vista di Gorizia. Nonostante fossero ormai a poche decine di metri di distanza, noi vedevamo soltanto il nero della notte senza luna, e il biancore della neve, sino a quando Brunetti, un Marò di Genova, si alzò per andare a urinare e dopo aver fatto qualche passo tornò però indietro precipitosamente, dicendoci: "Belin, ci sono delle ombre lì davanti, c'è qualcuno dei nostri?". Noi ci guardammo perplessi e gli dicemmo "Tu sei matto!", ma subito dopo sentimmo delle voci parlare in tedesco nel silenzio della notte. Evidentemente anche chi avevamo davanti nell'oscurità ci aveva sentiti, e tentava di fregarci! Per fortuna c'era Tommasini, un friulano che sapeva sloveno e tedesco, e rapidamente ci disse che sentiva anche parlare sloveno; pochi attimi dopo sentimmo distintamente "Na prej!", ossia "Avanti!" in sloveno, e allora saltammo su e dicemmo "Cacchio! Sono slavi!" e immediatamente, senza ordini, abituati dallo stile da Compagnia di Ventura della Decima a reagire autonomamente, aprimmo il fuoco con la Breda, seguiti subito dalle altre mitragliatrici, puntando le armi verso le voci di quel nemico che non scorgevamo. Anche l'altra Squadra del mio Plotone, accanto a noi, quella con il mitr. Egidio Cateni, il porta treppiedi Tito Montanari, Ravazzini e Renato Tripodi aprì il fuoco seguendo l'esempio della nostra, senza attendere ordini; anzi, sulle prime qualcuno dei nostri Ufficiali ci gridò di cessare il fuoco, perchè credevano stessimo sparando per sbaglio contro dei tedeschi! Subito dopo la prima raffica, mi resi conto che non vedevo dove finivano i miei proiettili, poichè il nemico attaccava dal pendio sottostante alle nostre postazioni, e non riuscivo a dare l'alzo giusto all'arma, così urlavo dietro: "I traccianti! I traccianti!", per farmi portare dai miei camerati le lastrine con i proiettili traccianti; finalmente capirono, e potei aggiustare il tiro efficacemente. Poi qualcuno di noi tirò un razzo illuminante e ormai ad appena una decina di metri vedemmo quella che ci sembrava una marea di nemici agitarsi sulla neve, e con la mitragliatrice li mollammo là! Le nostre mitragliatrici avevano falciato gli slavi. Sparammo tutta la notte, con poi l'intervento dei mortaisti della IV Cp.; la mattina dopo rimanemmo turbati nel vedere i nemici morti davanti alle nostre posizioni. Per uno che va a pisciare abbiamo salvato la baracca, sennò ci avrebbero sommersi. Il Tenente Tajana, Cte della IV Cp Mortai, l'Ufficiale che si trovò a dirigere l'azione, e che in quel frangente ci "rimbrottò" di grave insubordinazione, dopo la guerra, ci disse che senza noi Mitraglieri, quella notte, tutto il Barbarigo, colto di sorpresa, sarebbe finito nelle foibe! Questa è stata l'ultima battaglia del IX Korpus prima di ritirarsi, e quella che gli impedì di infiltrarsi nel Goriziano. Il ricordo che ho più vivido è il freddo che ci faceva ghiacciare il nostro fiato sul passamontagna, formando minuscoli ghiaccioli che rimuovevamo con le mani. Noi eravamo dei ragazzi di 17-18 anni, me lo chiedo ancora adesso come abbiamo fatto a resistere in quelle condizioni.Era un attaccamento fraterno, quasi un amore, che ci teneva uniti in quei frangenti. C'era un attaccamento, non abbiamo mai lasciato indietro nemmeno uno dei nostri morti, anche nella ritirata, perché ti sembrava di perderli del tutto a lasciarli andare". "Poi ci hanno dato il cambio, ma noi Mitraglieri eravamo sempre a dare supporto ai Fucilieri, mi sono trovato con il Valanga e con la Cp Serenissima, con il tutto il mio Plotone compreso la Squadra con il mitr. Egidio Cateni, ci avevano aggregati per portare aiuto al Fulmine a Tarnova per lo sganciamento dall'accerchiamento. Partecipammo anche al recupero dei caduti del Fulmine, mi è toccato vedere dove erano sepolti, dietro il Cimitero, con 20-30 cm di terra. Recuperati i morti li portammo a Gorizia. Mi ricordo che passai tutta una notte di sentinella a vegliare quei caduti, per un ragazzo come me fu un'esperienza molto dura. Rientrati alla Caserma Gotti a Vittorio Veneto fummo poi, con una cerimonia alla Caserma del Castello del Col di Luna a Conegliano, sede delle nostre Ausiliarie SAF Xa, presente anche il nostro Cte Cp Mitr. GM Giorgio Farotti, premiati con Encomi Solenni e furono nominati Sergenti gli AU del nostro Plotone, Augusto Bruzzesi e Benedetto Niccolai, e Egidio Cateni fu nominato Sottocapo e Comandante di Squadra, sostituendo in tale funzione il Secondo Capo Domenico Gravoglio, proveniente dai Mezzi d'Assalto di Superficie, caduto eroicamente in azione a Chiapovano il 24 dicembre 1944".



mercoledì 12 dicembre 2007

RICORDO DEL GENERALE GIORGIO FAROTTI



RICORDO DEL GENERALE GIORGIO FAROTTI

di Andrea Lombardi


Il 26 ottobre 2007 è morto il Generale Giorgio Farotti, dopo aver combattuto con grande dignità e coraggio la sua ultima battaglia contro il tumore. Malato da tempo, il Generale Farotti, anche negli ultimi momenti ha mantenuto quella forza d’animo che era uno dei suoi molti pregi, non facendo pesare ad alcuno la sua situazione, ma anzi preoccupandosi delle sorti dei suoi parenti e ovviamente dei suoi Marò del Barbarigo, che tante volte sono comparsi nei nostri discorsi pomeridiani quando lo andavo a trovare, sorbendomi talvolta i suoi famigerati rimbrotti, che adesso tanto mi mancano, se non avevo puntualmente eseguito le sue istruzioni relative ai libri da lui stesi, e che mi diede l’onore di pubblicare: “Sotto tre Bandiere”, le sue memorie dal 1940 al 1945, e “Il Campo della Memoria”, sul Cimitero di Guerra del Battaglione Barbarigo, a Nettuno. Il Generale Giorgio Farotti era un Ufficiale di rara competenza, e conscio della sua preparazione, in guerra non esitò mai nell’opporsi ad ordini superiori da lui ritenuti errati, e che avrebbero messo in pericolo in maniera non necessaria i suoi uomini. La sua mentalità nel guidare gli uomini al combattimento può essere riassunta in due punti, fondamentali: il primo è che “fiumi di sudore risparmiano fiumi di sangue”, il secondo mi fu spiegato da Carla Piccoli, sorella del Tenente Piccoli, della 4° Cp. Mortai del Barbarigo, caduto sul Monte S. Gabriele nel 1945: “Mio fratello aveva la mentalità di tanti, eroici giovani Ufficiali: avrebbe voluto cadere eroicamente alla testa dei suoi uomini, e ciò accadde; Farotti voleva portare a casa i suoi uomini, nel contempo causando il maggior numero di perdite possibile al nemico”. Durante la sua lunga carriera militare, più volte gli furono date responsabilità ampiamente superiori al suo grado, che egli riuscì a svolgere brillantemente. Il Generale Farotti era anche una persona veramente colta, e questo, sommato al suo pungente senso dell’umorismo, lo rendeva capace di cogliere sempre l’ironia presente in ogni aspetto di quella commedia, talvolta amara, che è la vita. Il Generale Giorgio Farotti era una delle rare persone capace di nobili sentimenti, come ha detto, tra le lacrime, suo fratello durante l’orazione funebre, e i tempi futuri ben difficilmente ci riserveranno l’opportunità di rivedere uomini simili.




Riportiamo una serie di giudizi e testimonianze d’affetto verso il Generale Giorgio Farotti, redatte da uomini del Barbarigo:

Il Marò Siro Bagnoli, in un’intervista:

La mia considerazione per i nostri Ufficiali è sempre stata ottima, sia allora come oggi, perché dimostrarono di operare con il massimo impegno, oltre a condividere con noi Marò tutti i sacrifici e pericoli che comportano la guerra; ciò valga anche per il mio Comandante di Compagnia: Tenente Giorgio Farotti.

Il Sottocapo Egidio Cateni, in un’intervista:

Il nostro Comandante, il Tenente Farotti, era duro, ma in un paio di occasioni grazie al suo comando ha salvato l’intero Barbarigo. Ti faceva alzare alle tre di notte e fare quindici chilometri di marcia, ma lui era sempre davanti a tutti!

Il Marò Giulio Ronchi, in un’intervista:

Il nostro comandante era il Guardiamarina Farotti, lui era molto esigente in fatto di disciplina, essendo un Ufficiale in s.p.e., mentre noi eravamo dei Volontari, e di disciplina non ne avevamo molta! Era fissato con l’addestramento, ci faceva anche fare degli addestramenti a fuoco vero, ma noi l’abbiamo amato sinceramente perché aveva una vera tempra…. anche se quando esagerava, siccome veniva dagli Alpini, gli dicevamo: “Uè, non siamo mica marinai di montagna!”.

Il Tenente Pierluigi Tajana, in una lettera al Generale Farotti:

Caro Farotti,

ti ringrazio molto per tutta la documentazione che mi hai mandato e ti sono infinitamente riconoscente per aver saputo portar in porto un opera che solo la tua tenacia e volontà ti ha permesso di realizzare.
Tu sai che non ha mai creduto nella possibilità di superare tutti gli scogli che avresti trovato sul cammino, malgrado questo ce l’hai fatta.
Bravo Farotti!
Credo di potermi unire a tutto il Barbarigo schierato sull’attenti al grido di:

Decima Comandante Farotti!

Il Campo della Memoria ricorderà agli italiani che molti non hanno cancellato dal cuore il nome di patria.

Ciao Farotti, ti voglio bene.


Il Marò Mario Fusco, in una lettera al Generale Farotti:

Lasciami dire una cosa (…non arrabbiarti!): sei la persona -il commilitone- che ha fatto di più di tutti per il Barbarigo, sia allora come oggi.

Lascia che ti abbracciamo e salutiamo a modo nostro: non come nostro Tenente; o come comandante operativo del Btg. (per nostra fortuna!); o come Generale (altra fortuna specie in relazione al Campo della Memoria); più semplicemente con tutto il nostro affetto e la nostra più alta stima abbracciamo il Marò Giorgio Farotti.

E, sempre Fusco, in un’altra lettera:

[…] Sebbene tu mi abbia detto e scritto più volte, anche ultimamente, che “sarebbe l’ora di finirla con la celebrazione di Giorgio Farotti”, devo confermarti che non solo io ma tutti… gli ormai pochi sopravvissuti del Barbarigo pensano semplicemente che tutto quello che è stato realizzato con onore ed intelligenza [per il Campo della Memoria] sia stato sì opera collettiva ma soprattutto – ed in mille particolari molto, molto importanti – non esisterebbe nel modo in cui si trova ora nelle parole e nella pietra senza il decisivo apporto, comando e lavoro di Giorgio Farotti.

Rischio di metterti in imbarazzo? Non credo proprio. Non credo proprio che tu, grazie a Dio, sia Uomo che si sia mai lasciato o si lasci mettere in imbarazzo da qualsiasi cosa o da chicchessia!

E chiedo a Dio – fra poco ci ritroveremo tutti là! – se per caso ci fosse un’altra reincarnazione come dicono le religioni asiatiche, di ritornare a militare ai tuoi ordini… ed averti poi per carissimo e fraterno amico nel nuovo… finale!

Ciao, ti abbraccio molto affettuosamente!



Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
Rara foto in divisa da Ufficiale della Regia Marina

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
A Nettuno, nel Btg. Barbarigo della Xa MAS

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
Assieme ai suoi marò del Barbarigo

Decima MAS

Decima MAS
Ufficiali del Btg. Maestrale (poi Barbarigo): Tognoloni, Cencetti, Posio, Riondino...

MAS a Nettuno affondano un Pattugliatore americano

MAS a Nettuno affondano un Pattugliatore americano
L'azione di Chiarello e Candiollo in copertina all'Illustrazione del Popolo del 19 marzo 1944