domenica 17 maggio 2020

Un cacciacarri Sd.Kfz.164 Nashorn sul fronte orientale



Un cacciacarri Sd.Kfz.164 Nashorn sul fronte orientale: notare i numerosi anelli dipinti sulla canna del potente pezzo da 88/71, significanti altrettante vittorie su mezzi corazzati nemici.

Tutte le info sui mezzi e armi controcarro della Wehrmacht sul libro: 

sabato 16 maggio 2020

domenica 10 maggio 2020

RECENSIONE su "Il Giornale" del nostro "DIARIO FIUMANO" di Filippo Tommaso Marinetti, a cura di Guido Andrea Pautasso

Oggi su "Il Giornale" una corposa anticipazione del nostro "DIARIO FIUMANO" di Filippo Tommaso Marinetti, a cura di Guido Andrea Pautasso! Correte in edicola e leggete introduzione e estratti dell'opera, e se vi piace ordinatela direttamente con una mail a italiastorica@hotmail.com oppure dalle vostre librerie di fiducia, o su IBS.it o Amazon!

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giovedì 30 aprile 2020

Filippo Tommaso Marinetti DIARIO FIUMANO Il sogno incandescente di Marinetti e dei futuristi a Fiume, a cura di Guido Andrea Pautasso



DISPONIBILE! Per ordini mail a italiastorica@hotmail.com

Il Diario fiumano di Filippo Tommaso Marinetti qui pubblicato è costituito dalle pagine dei Taccuini marinettiani originali del periodo che va dal 13 al 30 settembre 1919 e tra il 2 ottobre 1919 e il 3-5 settembre 1920, illustranti la partenza per Fiume e le frenetiche giornate lì trascorse da Filippo Tommaso Marinetti e dai Futuristi, tra entusiastici proclami ai Legionari fiumani, l’elettrizzante atmosfera della “Città di Vita” e i suoi contrastati rapporti intellettuali e umani con Gabriele D’Annunzio e le personalità di spicco del Governo di Fiume; oltre a raccontare anche della successiva attività della propaganda pro-Fiume del capo del Futurismo svolta tra Trieste, Milano, Roma e Firenze una volta terminata la sua esperienza tra i ribelli del Carnaro.

Le pagine dei Taccuini, completamente annotate dallo studioso del Futurismo Guido Andrea Pautasso, sono precedute dal saggio inedito “Il sogno incandescente di Marinetti e dei futuristi a Fiume” e seguite in appendice da una corposa raccolta di rari scritti coevi sui rapporti tra Futurismo, Fiumanesimo e Arditismo.

Brossura, f.to 15,6x15,6, 152 pagg., alcune ill.
Euro 19,00 (+ spese spedizione)
ITALIA Storica, Genova 2020
ISBN 978-88-31430-04-3

PER ORDINI e-mail a italiastorica@hotmail.com
pagamento IBAN, Paypal, Carte di credito via Paypal.

giovedì 16 aprile 2020

Novità: KAMPFGRUPPE SCHERER - CHOLM 1942 e DRESDA - SGUARDI DALL'APOCALISSE



Richard Muck
KAMPFGRUPPE SCHERER
La battaglia della sacca di Cholm, gennaio-maggio 1942 
Introduzione storico-militare di James Lucas

L’eccezionale fatto d’armi del Kampfgruppe Scherer fu uno dei successi militari più noti della Wehrmacht durante la seconda guerra mondiale. Con solo poche migliaia di uomini provenienti da ogni specialità, tra cui Gebirgsjäger, anziani riservisti, membri della Polizei, autieri della Kriegsmarine, Jagdkommando antipartigiani, personale tecnico della Luftwaffe e truppe della logistica e rifornimenti, al Generale Theodor Scherer fu ordinato di tenere la cruciale cittadina di Cholm di fronte alle superiori forze dell’Armata Rossa che l’avevano accerchiata nel gennaio 1942. Nei mesi successivi, gli uomini del suo Kampfgruppe riuscirono a portare a termine questa missione, combattendo per 105 giorni contro i continui attacchi di fanteria e corazzati sovietici, le temperature glaciali dell’inverno russo e il fango del disgelo primaverile, e contro la cronica mancanza di rifornimenti – solo in parte compensata dagli aviolanci della Luftwaffe – sino a quando un attacco di soccorso tedesco riuscì a liberarli dall’accerchiamento il 5 maggio 1942. Dopo il catastrofico inverno del 1941-1942, il Generale Scherer e i suoi soldati furono elogiati come eroi e premiati con il famoso scudetto da braccio che li contrassegnò come Cholmkämpfer, ossia “Combattenti di Cholm”, uomini di eccezionale coraggio che avevano prevalso nonostante le schiaccianti circostanze avverse.

La prima sezione del presente libro propone un approfondimento storico sulla battaglia di Cholm attraverso due saggi di James Lucas e di Stijn David e Sebastián Bianchi, opportunamente integrati e rivisti dal curatore, e una analisi delle serie fotografiche scattate dal corrispondente di guerra Richard Muck, aviotrasportato nella sacca il 5 marzo 1942 e lì presente sino alla fine dell’accerchiamento, la sezione seguente riproduce le fotografie del raro libro Kampfgruppe Scherer – 105 Tage eingeschlossen, riunente una selezione delle foto di Richard Muck, e pubblicato in Germania nel 1943. Le didascalie delle foto sono pertanto quelle originali; si è solo provveduto a inserire quando possibile i nomi per esteso dei militari fotografati, solitamente identificati da Muck con le sole iniziali del cognome, e a annotarle se necessario per illustrare al lettore luoghi o circostanze relative alle fotografie che non fossero già state esposte nella sezione precedente. In appendice vi è poi un ordine di battaglia completo delle forze tedesche presenti nella sacca e giunte in seguito via aviotrasporto. 

Brossura con alette, formato 19x25, 202 pagine, completamente illustrato in bn e colori, Euro 28,00. 
Edito da ITALIA Storica, Genova 2020. 



DRESDA - SGUARDI DALL’APOCALISSE 
Le fotografie di Richard Peter senior, 1945-1949
a cura di Andrea Lombardi 

Immediatamente dopo la fine della guerra, il fotografo slesiano Richard Peter senior (1895-1977) iniziò un ambizioso ciclo sulla città in rovine conosciuta un tempo come la “Firenze sull’Elba”, distrutta dal bombardamento incendiario anglo-americano del 13-14 febbraio 1945: Dresda. Per la fine degli anni ‘40 aveva scattato diverse migliaia di fotografie, tra cui la famosa Vista dalla Torre del Municipio guardando verso sud (Blick vom Rathausturm nach Süden) del 1945, immagine iconica del bombardamento di Dresda e delle sofferenze e distruzioni di tutte le guerre.

La prima sezione fotografica del libro propone le fotografie e le didascalie originali del libro fotografico di Peter che ne derivò, Dresden – Eine Kamera klagt an del 1949, e che fu uno straordinario successo di vendite nella allora appena nata Repubblica Democratica Tedesca (DDR), ed è ormai considerato uno dei grandi classici tra i libri fotografici sulle rovine di guerra. La seconda sezione è un portfolio di fotografie scattate da Richard Peter a Dresda, appartenenti al fondo lui dedicato nella Deutsche Fotothek della città, anch’esse attinenti alle tematiche del libro citato – Dresda prima e dopo il bombardamento e la sua ricostruzione – ma non incluse in esso, compresa l’intera terribile sequenza dei suoi scatti delle decine di salme di vittime del raid giacenti in un rifugio riaperto solo nel 1946, o riprodotte in questa sezione nella loro interezza senza il ritaglio editoriale dell’edizione del 1949. Sono infine presentate le fotografie del fotografo Walter Hahn delle vittime dell’attacco aereo, due delle quali furono incluse da Richard Peter senior in Dresden – Eine Kamera klagt an, e in appendice un approfondimento sui motivi politici e militari alla base dell’attacco, una testimonianza oculare delle conseguenze del bombardamento incendiario Alleato sulla città e sulla sua popolazione, e una serie di mappe e documenti di rilievo della RAF e delle autorità tedesche, concernenti le controversie storiche sul numero delle vittime e sugli scopi del raid. 

Brossura con alette, formato 19x25, 196 pagine, completamente illustrato in bn stampato in alta qualità tipografica, Euro 29,00. 
Edito da ITALIA Storica, Genova 2020.


Per info e ordini diretti: 

ITALIA Storica 
Via Onorato 9/18
16144 Genova
GE

Telefono: 010 8983461
Tel.Cell.: 348 6708340
E-Mail: ars_italia@hotmail.com

Distribuzione in libreria:

giovedì 27 febbraio 2020

Novità: Due volte con gli arditi sul Piave, del Generale Ottavio Zoppi. Nuova edizione a cura di Monica G. Battaglia



Nel 1938 il Generale Ottavio Zoppi dava alle stampe il suo libro "Due volte con gli Arditi sul Piave", lasciando così traccia scritta della sua esperienza quale Comandante della 1a Divisione d'Assalto nelle due battaglie cruciali della fase finale della prima guerra mondiale sul fronte italiano: la Battaglia del Solstizio del giugno 1918 e la Battaglia di Vittorio Veneto dell'ottobre 1918. I motivi che lo indussero a scrivere li spiega egli stesso nella premessa: non cronaca, non storia ma racconto degli avvenimenti come si svolsero e di cui egli fu testimone e protagonista, intrecciando fatti d'arme e fattori umani, di fatto indissolubilmente vincolati gli uni agli altri. Ma, soprattutto, egli ne scrive per lasciare memoria del legame di riconoscenza che lo stringeva ai suoi eccezionali guerrieri, gli Arditi, narrandone le gesta. Tra la vastissima pubblicistica sugli Arditi, la presente ristampa di questo raro e ricercato volume, arricchito da approfondimenti e immagini a cura di Monica Gasparotto Battaglia e della Federazione Nazionale Arditi d'Italia, si segnala come tra le pochissime testimonianze contemporanee scientificamente storico-militari dedicate agli Arditi.

Formato 14x21, 116 pagg., alcune ill. bn e colori, Euro 18,00. Edito da ITALIA Storica, Genova 2020.

Ordini e info:

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Novità: La 317ª sezione. La lotta per la sopravvivenza di un plotone dell'esercito francese in Indocina




Laos del Nord, aprile 1953. La guerra d'Indocina è alla fine. La 317a Sezione, formata da quattro francesi e quarantuno ausiliari laotiani, riceve l'ordine di ripiegare a Tao-Tsaï, a oltre 150 chilometri di distanza: una missione impossibile attraverso la giungla infestata dai guerriglieri Viet Minh del generale Giap. Messisi in marcia alla guida del giovane ufficiale d'accademia sottotenente Torrens e dell'aiutante capo Willsdorff, un duro alsaziano già veterano della Wehrmacht sul fronte russo e della difesa di Berlino, ben presto vengono attaccati dai Viet Minh, che li costringono ad un susseguirsi continuo di scontri a fuoco, di imboscate, di tranelli reciproci. Facendosi largo tra un nemico implacabile e la natura ostile, i superstiti continuano disperatamente il lungo cammino verso le proprie linee e la salvezza, mentre le loro file si assottigliano sempre di più. Chi sopravvivrà a questa odissea?

Formato 15x23, 176 pagg., alcune ill. bn e colori, Euro 20,00. Edito da ITALIA Storica, Genova 2020.

Ordini e info:

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martedì 11 febbraio 2020

Falsità e tesi superate: le armi spuntate del negazionismo sulle Foibe



 
Sul n° 136 del mensile “Storia in Rete”, rivista spesso controcorrente e attenta ai temi dell’identità nazionale italiana, è presente uno “speciale” sul dramma delle Foibe e dai sempre più insistenti tentativi da sinistra – purtroppo talvolta con l’aiuto istituzionale e accademico – di “giustificare” o addirittura negare questa nostra tragedia tardivamente riconosciuta. Ringraziamo quindi Emanuele Mastrangelo e lo staff di “Storia in Rete” per l’autorizzazione a pubblicare questo stralcio dell’articolo di Lorenzo Salimbeni, una vera e propria serie di FAQ delle falsità giustificazioniste dei Claudia Cernigoi, Alessandra Kersevan, Wu Ming e dell'ANPI, e come smentirle.

Aggiungiamo inoltre una nota su "le altre foibe", quelle degli oppositori e "nemici del popolo" croati, sloveni e serbi stessi di Tito. Ben più numerose, e con evidenti e inconfutabili prove fotografiche dei massacri di massa. A dimostrazione che non erano esclusivamente i veri o presunti "crimini nazifascisti" ad alimentare questi eccidi, ma bensì il cinico e lucido progetto totalitario, espansionistico e repressivo di Tito, maturato sin dai suoi esordi politici negli anni '20, pianificato lucidamente e eseguito dal suo rodato braccio armato, ossia la polizia politica dell'OZNA. 


«E di Huda Jama resta ancora la testimonianza di un uomo che all’epoca dell’eccidio guidava uno dei camion che trasportavano i prigionieri, rinchiusi nel campo di concentramento di Teharje nel loro ultimo viaggio. I camion trasportarono per sette notti consecutive le vittime davanti alla miniera, fino a quando questa non si è riempita di cadaveri. 
A tenere viva la memoria di queste vittime ancora oggi di serie B ci pensa in Slovenia Mitja Ferenc, professore di storia alla facoltà di filosofia dell’Università di Lubiana nonché presidente dal 1990 della speciale commissione incaricata di scoprire ed esplorare tutti i luoghi delle carneficine dei titini. Un elenco lunghissimo che illustra la “geografia” del terrore che imperava in Slovenia . ("Il Piccolo", 4/3/2015) 


Al termine dell'articolo, una serie di fotografie della Huda Jama e escavazioni forensi di fosse comuni in Slovenia (1999-2009). 


Andrea Lombardi 

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L’obbiettivo è sempre quello di sminuire il dramma delle Foibe e dell’Esodo. Gli argomenti sono noti: la repressione fascista, l’arroganza del nazionalismo italiano e poi i morti, pochi, per lo più fascisti e in numero simile a quanto registrato in altre parti. In fondo si era alla fine della Seconda guerra mondiale… Anche i metodi non sono nuovi: attacchi ad una fantomatica propaganda «neofascista», vecchi testi e dati ormai superati ma spacciati come le Tavole della Legge, contestualizzazioni «decontestualizzate». Il tutto condito da astio anti-italiano, un silenzio tombale sulle atrocità titine, un fastidio snob, molto ideologico e molto alla moda per tutto quanto è Patria. Ecco una replica, punto su punto, alle tesi di chi vuole cancellare uno dei grandi drammi italiani del Novecento.


Quando e perché


Sostiene la Bourbaki [nome di un collettivo antifascista molto attivo sulla questione Foibe e crimini partigiani]: “Nella presa di controllo del territorio da parte della popolazione locale (sia slovena e croata che italiana), ci furono indubitabilmente anche esecuzioni sommarie, ma va sicuramente considerato come queste furono una risposta ai crimini italiani nella regione che proseguivano da un ventennio (si noti come molti degli autori di questi atti vennero poi processati dagli stessi partigiani). Molti studiosi riconoscono che nel momento di sfaldamento dell’autorità seguente all’8 settembre ’43 si verificò una «jacquerie», una sorta di rivolta contadina, contro coloro che avevano detenuto il potere fino ad allora. L’insurrezione istriana – non dalmata – del 1943 ha poco a che fare con l’italianità o meno delle vittime, visto che erano italiani anche molti degli insorti. La violenza insurrezionale si rivolse contro la locale classe dirigente considerata compromessa con il fascismo e contro i possidenti. […] L’entrata dei partigiani a Trieste nel maggio del 1945 significò la liberazione dei prigionieri della Risiera di San Sabba, l’unico campo di concentramento nazista ora in territorio italiano dotato di forno crematorio.


Ricondurre la prima ondata di uccisioni nelle foibe istriane (avvenute contemporaneamente alle fucilazioni di italiani consumatesi a Spalato e in altre località della Dalmazia) ad un episodio di «jacquerie» è una tesi ormai superata: l’opera postuma di Elio Apih «Le Foibe giuliane» (Leg, Gorizia 2010, a cura di Roberto Spazzali) ha corroborato la chiave di lettura fornita a suo tempo dal professor Arnaldo Mauri, cioè che si è trattato dell’applicazione di una metodologia repressiva sovietica già sperimentata a Katyn a danno degli ufficiali polacchi fatti prigionieri nella campagna di settembre 1939, consistente nell’eliminazione delle figure di riferimento di una comunità nazionale e nell’azzeramento della sua classe dirigente, in maniera tale da lasciare i popoli in balia dei nuovi regimi comunisti, sovente privi di un vasto consenso. Inoltre nella Venezia Giulia gli opposti nazionalismi italiano e slavo, erano stati fomentati dalle autorità asburgiche nella fase finale dell’impero Austro-Ungarico secondo una subdola logica del divide et impera. Le mire espansionistiche slovene e croate nei confronti di quelle località della costa adriatica orientale in cui la maggioranza della popolazione era italiana, affondavano perciò le radici nella seconda metà dell’Ottocento e trovarono realizzazione non con il progetto di riforma trialista (cioè il progetto della creazione di un regno sloveno-croato all’interno dell’Impero asburgico) della compagine austro-ungarica a beneficio della componente slava, bensì dietro la bandiera rossa che l’esercito di Tito ostentava.


Gli italiani che furono partecipi delle violenze a danno dei propri connazionali, confermano il carattere di guerra civile che la Resistenza assunse ed in tale contesto avevano anteposto l’adesione ideologica al Comunismo all’appartenenza nazionale, laddove invece i loro «compagni» jugoslavi strumentalizzarono il Comunismo con finalità nazionaliste. Il nazionalcomunismo titoista incarnò, infatti, un progettò imperialista degli slavi del sud latente da tempo e che rivendicava territori in cui vi erano presenze slave (Carinzia austriaca, Friuli e Venezia Giulia italiane) nonché la trasformazione degli Stati confinanti balcanici (Albania, Bulgaria e Grecia) in satelliti di Belgrado, andando così a ledere la supremazia sovietica nell’Europa sudorientale. In questo progetto espansionista affondano le radici della rottura Tito-Stalin del 1948, ma le mire egemoniche titine così come gran parte delle epurazioni compiute a guerra finita rimasero sconosciute grazie alla spregiudicata politica estera del dittatore croato che di fatto, pur militando nelle logiche della Guerra Fredda fra i cosiddetti «Paesi Non Allineati», si rivelò un prezioso interlocutore per il blocco occidentale, che quindi silenziò qualunque ricerca e denuncia inerente le sue vessazioni.


Quanti


Sostiene la Bourbaki: “Ha scritto Internazionale il 10 febbraio 2016: “Secondo alcune fonti le vittime furono tra le quattromila e le seimila, per altre diecimila: ex fascisti, collaborazionisti e repubblichini, ma anche partigiani che non accettavano l’invasione jugoslava e cittadini qualunque”. Raffrontando queste cifre con il numero delle vittime delle violenze di fine guerra in altre zone d’Italia, si nota come il numero delle vittime non si discosti troppo da quello riscontrato altrove in Italia: il fenomeno si presenta dunque molto di più come una resa dei conti di fine guerra che come una violenza mirata contro gli italiani in quanto tali.


Secondo Giorgio Pisanò, certamente la fonte più dura e schierata sulle violenze dei partigiani, la Lombardia, che nel 1945 aveva circa sei milioni d’abitanti, a guerra finita vide ”rese dei conti” per complessivi ottomila morti. Altrettanti in Piemonte che aveva tre milioni e mezzo d’abitanti. Cinquemila morti si ebbero in Veneto, che aveva poco meno di quattro milioni d’abitanti. Dunque fra uno ogni 450 persone e uno su 850. La Venezia Giulia aveva circa un milione e centomila abitanti e solo nel 1945 vide almeno ottomila morti, fra infoibati e scomparsi nei lager jugoslavi. Uno ogni 140 persone. Una virulenza da tre a sei volte maggiore che in altre regioni dell’Alta Italia coinvolte nella Guerra Civile e nelle “rese dei conti” a conflitto terminato. […] Comunque che a guerra finita anche nel resto d’Italia vi siano stati episodi di giustizia sommaria e rese dei conti, non sminuisce certo l’impatto della tragedia rappresentata da foibe, deportazioni e campi di concentramento jugoslavi, anzi, dimostra la necessità di approfondimento, analisi e raccolta di testimonianze rilasciate da superstiti o loro congiunti. Il giustificazionismo che interpreta le foibe come risposta a violenze italiane (gran parte delle quali, per quanto odiose, attuate in tempo di conflitto ed applicando le leggi di guerra all’epoca vigenti ed alle quali si attenevano tutte le potenze belligeranti nelle forme di rappresaglie, campi di internamento e uso di ostaggi) non ha ragion d’essere in una comunità internazionale che si vorrebbe regolamentata dal diritto e dal senso di giustizia come quella che i vincitori della Seconda guerra mondiale intendevano istituire sulle macerie delle dittature sconfitte. Il carattere eccezionale delle stragi di italiani e di oppositori slavi del progetto totalitario di Tito risiede proprio nella coltre di silenzio che le ha avvolte per decenni, tanto da rendere necessaria l’istituzione di una Giornata del Ricordo dedicata a queste vittime.


Lorenzo Salimbeni



La rivista è disponibile in .pdf qui: http://www.storiainrete.com/11677/edicola/storia-in-rete-n-136-febbraio-2017/

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
Rara foto in divisa da Ufficiale della Regia Marina

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
A Nettuno, nel Btg. Barbarigo della Xa MAS

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
Assieme ai suoi marò del Barbarigo

Decima MAS

Decima MAS
Ufficiali del Btg. Maestrale (poi Barbarigo): Tognoloni, Cencetti, Posio, Riondino...

MAS a Nettuno affondano un Pattugliatore americano

MAS a Nettuno affondano un Pattugliatore americano
L'azione di Chiarello e Candiollo in copertina all'Illustrazione del Popolo del 19 marzo 1944