martedì 28 ottobre 2008

Full Metal Jacket!

Un pomeriggio in poligono... ovvero ex ordinanza a Caltagirone!


La linea di tiro, a cento metri (110 yarde)...

[rimossa per privacy]


Andrea Lombardi con il "suo" SLR!





Al tiro con il Mauser K 98k...




Si caricano gli 8x57...



L'Enfield Mk III... sullo sfondo l'AKM "field stripped" per la pulizia post tiro...



[rimossa per privacy]



Ci allontaniamo da Caltagirone, puntando la prua su Palermo!


Abbiamo avuto il piacere di conoscere il competente e cortese Salvatore Petta, della fornita armeria Full Metal Jacket di Caltagirone, prima di una sessione di tiro condotta nel vicino poligono ATS.

Le armi impiegate nel corso del divertente pomeriggio sono state le seguenti: Mauser K98k, Moisin Nagant, Lee Enfield Mk III canadese, L1A1 (SLR) e un AKM. I tiri sono stati eseguiti con le sole mire metalliche, alla distanza delle 110 yarde (circa 100 metri). Divertimento a parte, dopo una serie di tiri senza infamia nè lode con vari fucili, ho scoperto una "affinità elettiva" con l'SLR (vedi sotto)!







video

video

Al tiro con l'L1A1 e con il Mauser K98k... il Mauser funzionava benissimo, erano le cartucce ad essere un pò lunghe... l'SLR ha dimostrato di essere un fucile affidabile, di sicuro funzionamento e di grande precisione e ergonomia.

martedì 21 ottobre 2008

KOS: Una tragedia dimenticata



ASSOCIAZIONE “EREDI DELLA STORIA” E FONDAZIONE A.N.M.I.G.

Sabato 8 novembre 2008 , alle ore 18,30 , presso la Sala Convegni “Beniamino Finocchiaro” (Fabbrica San Domenico) a Molfetta, si terrà il Convegno in cui sarà presentato un libro di memorie e testimonianze dal titolo:

KOS : UNA TRAGEDIA DIMENTICATA

Settembre 1943 / Maggio 1945

il dr. Michele Spadavecchia, Consulente storico Ass. “Eredi della Storia”

presenterà l’ autore del libro, il Col. Pietro Giovanni Liuzzi

Interverrà il Col. Vincenzo Grasso

giovedì 16 ottobre 2008

Marò a sedici anni - Nota dell'editore



Di seguito, la nota introduttiva al libro Marò a sedici anni, di Sergio Moro.

Oggi mi fanno paura quegli storici che sanno di avere sempre ragione e che pretendono di mettere il chiavistello e il sigillo di ceralacca a ricerche considerate tabù, i cui risultati considerano ormai da tempo assodati felicemente per il bene di tutti.

Ariel Toaff

Dalle memorie del Marò Sergio Moro, con la loro semplicità e schiettezza, emerge prepotente un amore per la Patria genuino, senza retorica, e il carattere equilibrato dello scrivente, un uomo − un ragazzo − che ama la sua famiglia e la sua Patria, e che ha fatto, sessanta anni fa, delle scelte che oggi appaiono straordinarie, ma che all’epoca hanno rappresentato la normalità per decine di migliaia di italiani. Una “normalità” di sacrifici e di sofferenze, di paura e di coraggio, per le quali questi italiani non hanno avuto medaglie o riconoscimenti, ma semmai angherie e disprezzo, se avessero militato nella Repubblica Sociale Italiana, o semplicemente sussiego se avessero servito nel Regio Esercito. La storiografia, e più in generale, quasi tutta l’intellighentsia culturale italiana hanno relegato in un angolo le vicende storiche e umane dei soldati italiani nella seconda guerra mondiale, divenuta “la guerra di Mussolini”, a tutto vantaggio di chi era stato − o si era accodato − in quella che la vulgata volle come unica parte vincitrice della “guerra di liberazione”, ossia la “Resistenza”, e preferibilmente quella di matrice comunista. Ancora oggi, infatti, nonostante una tardiva e limitata presa di coscienza da parte della storiografia ufficiale della partecipazione (peraltro marginale, e osteggiata dagli Alleati) del Regio Esercito alle operazioni delle FF.AA. Alleate in Italia nel 1943-1945, si arriva a presentare con gran rilievo mediatico, e ancor peggio, istituzionale, il diario di Bruno Trentin, rappresentante di spicco del sindacato e all’epoca giovane antifascista, dove la frase chiave del diario, pronunciata dal padre alla proclamazione dell’Armistizio, è: “È la guerra che comincia! [quella di “liberazione”, evidentemente, NdE]”. Alla quale fa subito eco il figlio: “La guerra vera per l’Italia vera“. Come se le migliaia di italiani morti tra le pietraie della Grecia, le nevi della Russia, tra le lamiere dei carri della Ariete nel deserto libico non fossero “veri”, non avessero famiglie che li piangessero, e l’aver combattuto, senza nulla chiedere, per la loro nazione non li qualificasse come “veri” italiani.

Tornando alle memorie del Marò Moro, vogliamo fare qualche riflessione sul ruolo militare avuto dalla Divisione F.M. San Marco della RSI nel 1944-1945. La storiografia mainstream presenta la San Marco, e, più in generale, le Divisioni dell’Esercito Nazionale Repubblicano (ENR) come unità le quali, dopo aver subito un addestramento disumano e spersonalizzante nella “Germania nazista”, ritornano in Italia accolte dall’ostilità del “popolo alla macchia”, vengono logorate dalle forze partigiane, e si sfaldano poco dopo con migliaia di diserzioni; inoltre, non combattono contro gli Alleati a causa della sfiducia dei tedeschi. Anche la storia orale, se raccolta dagli storici di sinistra, concorda appieno con tale impostazione, chiaramente subordinata ai dettami dell’ANPI: alcune testimonianze di militari − Ufficiali di complemento − delle Divisioni dell’Esercito Nazionale Repubblicano, portate alla nostra attenzione anni fa da una docente della Facoltà di Storia di Genova, e raccolte in una ricerca d’impronta resistenziale, deprecavano in maniera monocorde i propri camerati e Ufficiali, lamentavano le dure condizioni dell’addestramento in Germania, la sua “spersonalizzazione” e la volontà tedesca “di fare di noi degli automi”, mentre giunti in linea si criticava il rancio, le postazioni, l’inadeguatezza degli equipaggiamenti a fronte dell’inclemenza del tempo, etc.

Inizieremo con il commentare i punti sollevati dalle testimonianze citate, chiudendo poi con delle considerazioni generali sulle testimonianze stesse, e sul ruolo della San Marco nel 1944-1945, ragionando non secondo i canoni della storiografia resistenziale o quella reducistico-apologetica dei “soldati dell’Onore”, ma sforzandoci di seguire un approccio obiettivo, storico militare.

L’addestramento in Germania fu certamente duro, ma perché i soldati erano formati secondo la regola del “sudore salva il sangue”: l’addestramento doveva, per quanto possibile, replicare le reali condizioni di battaglia, integrando le lezioni apprese dalla Heer in anni di guerra, e inserite prontamente nei programmi d’istruzione. L’addestramento non formava “automi”, perlomeno non nell’accezione dispregiativa delle fonti resistenziali: il soldato doveva certamente essere condizionato a reagire automaticamente; in guerra un istante d’esitazione nell’affrontare in modo corretto un’emergenza, o nell’azionare con efficacia un’arma o un equipaggiamento, poteva portare a gravi conseguenze per il soldato e i suoi commilitoni. Al contrario delle “testimonianze” citate, i veterani delle Divisioni dell’Esercito Nazionale Repubblicano, Ufficiali e truppa, sia attraverso le loro memorie, sia in interviste o conversazioni da noi raccolte, hanno sempre posto in rilievo la meticolosità dell’addestramento in Germania, in grandi campi che permettevano ad esempio di compiere manovre con l’intera Divisione, anche con l’impiego dell’artiglieria media; la possibilità di addestrarsi assieme di più reparti, verificando il livello raggiunto nella coordinazione, comunicazioni, comando e controllo, era quasi totalmente sconosciuto in Italia. Il Tenente Licitra, del Gruppo Esplorante Cadelo della Monterosa, arrivò a dire che lui, già veterano di diverse campagne, solo in Germania si rese conto di “come si faceva la guerra”, e che gli istruttori tedeschi, anche solo per addestrare a tirare le bombe a mano, insegnavano diverse tecniche, a seconda della posizione del soldato e del bersaglio, etc. Il Tenente Licitra mise ben a frutto l’addestramento in Germania: il 26 aprile 1945, a Ruta di Camogli, un cannone controcarro PAK 40 facente parte di un reparto di retroguardia ai suoi ordini riuscì a distruggere un M4 A4 Sherman americano, e, unitamente al fuoco delle MG dei Bersaglieri del Cadelo, a bloccare così per diverse ore l’avanguardia di un gruppo di combattimento statunitense della 92nd Infantry Division “Buffalo” avanzante verso Genova. Un fatto d’arme senza dubbio minore, ma tuttavia indicativo dell’efficacia combattiva della Monterosa anche nelle ultime ore del conflitto. L’esperienza di guerra era trasmessa alla reclute anche nei dettagli più piccoli: ad esempio, il soldato era addestrato, una volta in posizione “a terra”, a disporre i piedi paralleli al terreno, in modo che un proiettile che passasse radente non colpisse il tallone: un veterano del San Marco riporta come un suo camerata di una squadra di fucilieri che non aveva rispettato tale prescrizione, durante un’azione ebbe il tallone asportato di netto da un proiettile che aveva invece mancato quello di un altro Marò, sulla stessa traiettoria ma con il piede nella posizione prescritta dagli istruttori tedeschi.

Sempre a riguardo degli “automi”, è da notare come la superiore efficienza delle unità tedesche, portò l’US Army ad attivare una specifica commissione (Historical Evaluation and Research Organization), la quale riconobbe empiricamente, anche con l’uso di modelli matematici, applicati alla ricostruzione di un gran numero di scontri tra unità Alleate, sovietiche e tedesche, una maggiore capacità combattiva, sia in attacco che in difesa, ai soldati della Wehrmacht rispetto ai loro avversari. Seguirono poi gli studi degli storici militari Liddel Hart, Martin van Creveld, Paul Savage, Richard Gabriel e Trevor Nevitt Dupuy, che analizzarono approfonditamente questi risultati, confermandone la validità. L’addestramento della Heer formava non solo gli Ufficiali, ma anche i Sottufficiali, e in una certa misura anche la truppa, all’Auftragstaktik, ossia al prendere, nel quadro della missione, l’iniziativa personale quando essa poteva essere fruttuosa, anche in mancanza di ordini specifici. Gli Ufficiali italiani che avevano combattuto accanto a unità tedesche concordano solitamente nell’affermare come un Ufficiale inferiore tedesco o addirittura un Sottufficiale esperto avessero un’autonomia e un potere decisionale in campo tattico che nel Regio Esercito era appannaggio solo degli Ufficiali superiori italiani.

Arrivando all’equipaggiamento delle Divisioni dell’Esercito Nazionale Repubblicano, i documenti, ossia gli organigrammi e i rapporti di forza e armi, danno un quadro ben diverso da quello diffuso dalla pubblicistica ideologicamente schierata: gli ordini di battaglia delle Divisioni al momento del rientro in Italia presentano delle unità dalla buona potenza di fuoco, sia all’interno delle Compagnie Fucilieri, sia nelle armi d’accompagnamento e d’appoggio: le Squadre furono dotate delle eccellenti mitragliatrici MG 42, e distribuite pistole mitragliatrici MP 40 e MAB 38 A, i potenti cannoni controcarro da 7.5 cm PAK 40 garantivano finalmente una efficiente difesa contro i corazzati, assieme ai lanciagranate a carica cava Panzerfaust, etc. Il limite delle Divisioni dell’ENR di essere ippotrainate, era comune a tutte le Infanterie-Division tedesche, anche se, in effetti, la decisione tedesca di usare queste unità come reparti di presidio e sicurezza, quindi per compiti di seconda linea, condizionò in maniera negativa il completamento dell’equipaggiamento in alcuni settori.

Tutto considerato, viene quindi da pensare che le testimonianze dei repubblichini citate siano state accuratamente scelte per il loro concordare (in buona o mala fede) con la vulgata resistenziale e che, alla luce delle circostanze illustrate, non siano certo indicative del morale e delle motivazioni della maggior parte dei componenti le Divisioni dell’ENR, e tanto meno della efficienza combattiva di queste unità.

A proposito delle diserzioni, prendendo in considerazione la San Marco, è innegabile che la dispersione in capisaldi della Divisione, lo stillicidio degli agguati partigiani, e la freddezza della popolazione, timorosa di rappresaglie dall’una e dall’altra parte, oltre all’incapacità di reagire alla situazione di alcuni Ufficiali, portò ad un notevole abbassamento del morale, e a numerose diserzioni. Su questo argomento faremo solo due considerazioni, frutto dell’analisi di dati di fatto e non di preconcetti ideologici: la prima, è che a fronte di queste diserzioni, che la vulgata presenta come la prova dell’inefficienza dell’Esercito di Graziani, rimane il fatto incontestabile e consequenziale, pura aritmetica, diremmo, che la maggior parte dei Marò rimase invece al suo posto, e che anzi, negli ultimi giorni di guerra, in una atmosfera di pesantissima tensione psicologica e fisica, la Divisione, finalmente a ranghi compatti, dimostrò sul campo l’efficienza combattiva imparata in Germania, superando diversi sbarramenti dei partigiani, combattendo in campo aperto. Questo fatto, incontestabile e consequenziale, per l’appunto, è invece chiaramente ignorato dagli storici engagé et similia, ovvero ricercatori, laureandi, dottorandi, giornalisti, etc., che preferiscono opportunisticamente non porsi contro una certa egemonia culturale, che gli garantisce in cambio carriera e prebende.
Come corollario, citeremo inoltre come da parte resistenziale sono oculatamente ignorate le diserzioni nelle unità partigiane; alla strombazzata diserzione del Battaglione Vestone della Monterosa (e chiaramente si evita di indicare come il Vestone fosse un reparto fuori organico, e che solo cinquanta uomini rimasero con i partigiani) si possono contrapporre i numerosi ex partigiani − spesso semplici renitenti alla leva − che si presentarono alle autorità o ai reparti militari della RSI, specie dopo i bandi di amnistia, e furono incorporati nelle FF.AA. della RSI: segnaliamo gli ex partigiani nel Battaglione Risoluti, o nel Battaglione NP della Decima MAS, che seguirono il reparto al Fronte Sud e in prigionia, nei Btg. Ruggine della GNR, etc.

In secondo luogo, osserviamo le statistiche relative alle diserzioni di alcune unità di fanteria dell’8ª Armata inglese nell’agosto-dicembre 1944 (da Eric Morris, La guerra inutile, pag. 522):

1ª Divisione: 626
4ª Divisione: 664
46ª Divisione: 1.059
56ª Divisione: 990
78ª Divisione: 926

Come si vede cifre di tutto rispetto, e teniamo conto che per i soldati inglesi, seppur coinvolti in aspri scontri, era evidente come la supremazia Alleata nello scontro di matériel li avrebbe condotti presto alla vittoria. Inoltre, a differenza dei soldati inglesi, gli effettivi delle FF.AA. della RSI operavano spesso vicino alle loro famiglie, e un momento di debolezza poteva facilmente spingerli a tornare a casa. All’opposto, per un Tommy o per un GI, la strada dall’Appennino bolognese a Leeds o a Milwaukee era una scoraggiante long way…

Per ultimo, veniamo all’importanza militare della San Marco (e delle altre unità dell’Esercito Nazionale Repubblicano) nel quadro storico militare della guerra in Italia nel 1944-1945. Ovviamente, la vulgata vuole questa importanza pari a zero, poiché le unità non sono impiegate contro gli Alleati, ma, schierate in Liguria, sono poi sfaldate dagli attacchi partigiani e si prodigano solo in rappresaglie contro civili innocenti e martiri partigiani, obbedendo ciecamente al bieco occupante nazista. La realtà, se vista obiettivamente da una prospettiva storico militare, è diversa. Il predominio navale Alleato, unito alla supremazia aerea, aveva reso possibile tutta una serie di sbarchi sulle coste italiane: dallo sbarco in Sicilia, compresi i successivi sbarchi minori, detti End run, per cercare di ostacolare l’ordinata ritirata tedesca verso Messina, a Salerno, sino ad Anzio. Per l’Alto Comando tedesco era quindi naturale pensare che gli Alleati potessero tentare dei nuovi sbarchi, particolarmente a Nord, dietro la linea del fronte (e in effetti sbarchi di diversione furono eseguiti nell’aprile del 1945 durante l’ultima offensiva Alleata sul Senio). Di conseguenza, nella seconda metà del 1944 i tedeschi si trovarono a dover presidiare sia la costa nord-occidentale italiana sia quella orientale; scopo arduo, con i mezzi risicati di cui disponeva l’Heeresgruppe B: basti pensare che per contenere le truppe Alleate sbarcate ad Anzio nel gennaio 1944, tra le unità inviate in emergenza vi era la 715. Infanterie-Division, la cui artiglieria era formata da pezzi di preda bellica russa da 76.2 mm, e le mitragliatrici distribuite alla sua fanteria erano in buona parte preda bellica francese, mentre anche alla scelta 4. Fallschirm-Division mancava del tutto il Reggimento d’artiglieria! Le unità dell’Esercito Nazionale Repubblicano permisero quindi ai Comandi tedeschi di poter liberare delle loro unità inviandole al fronte, impiegandole contro gli Alleati; e − diserzioni o meno − le GG.UU. dell’ENR eseguirono fino al termine della guerra la loro funzione di presidio (e non solo, considerate le numerose piccole azioni condotte sulle Alpi al confine con la Francia). Vista la superiorità numerica e in mezzi Alleata il poter inviare al fronte anche solo un paio di Divisioni, piuttosto che doverle tenere a scopo di presidio nelle retrovie, dovette rappresentare per i tedeschi un vantaggio operazionale notevole, e nuovo filo da torcere per gli Alleati nella loro lenta avanzata verso nord, dove ogni metro era fatto pagare a caro prezzo dalle veterane unità della Wehrmacht.

Inoltre, seppur limitatamente, le Grandi Unità dell’ENR, o loro aliquote, furono poi impiegate al fronte contro gli Alleati: oltre alle citate operazioni sul confine italo-francese, ricordiamo brevemente la partecipazione di parte della San Marco e della Monterosa alla riuscita Operazione Wintergewitter nel Natale 1944, e della Divisione Italia alla difesa della Linea Gotica. I Marò della San Marco e gli Alpini della Monterosa in particolare ebbero un buon comportamento al fronte, sia nelle dure condizioni della guerra di posizione, sia durante Wintergewitter, come testimoniato anche dagli encomi dei Comandi tedeschi.

Riteniamo che queste brevi note, pur nella loro sinteticità, possano tuttavia essere una traccia per poter studiare con maggiore distacco − e alla luce dei fatti, e non dei dogmi − la storia militare delle Divisioni dell’Esercito Nazionale Repubblicano.


Andrea Lombardi

ITALIA alla Militalia



Come al solito l'Associazione ITALIA sarà presente alla Militalia di Novegro, sabato 1 e domenica 2 novembre.

Oltre alla consueta esposizione di divise della Xa MAS e del San Marco Regio e RSI, esporremo anche, a cura di Alessio Pennestri, divise del COMSUBIN e del San Marco attuale.

Saranno inoltre presentati i nuovi libri editi da ITALIA: Emme rossa! del nostro socio Pierluigi Romeo di Colloredo, sui Btg. M in Russia, Memorie di un'Ausiliaria, della Aus. Sc. del Btg. Barbarigo Raffaella Duelli, e Marò a sedici anni, di Sergio Moro, Marò nella Divisione FM S. Marco della RSI.

Il sabato mattina presso lo stand di ITALIA sarà presente il Marò Sergio Moro, della Divisione San Marco della RSI, del quale abbiamo recentemente pubblicato le memorie. Se volete passare a salutarlo, gli farà sicuramente piacere.

Speriamo di vedervi al nostro stand!

martedì 14 ottobre 2008

Biografia di una bomba




http://www.biografiadiunabomba.it/



Il sito web sulla bonifica dagli ordigni inesplosi di Giovanni Lafirenze, esperto operatore BCM e autore del libro "La mia bonifica".


Giovanni Lafirenze nasce a Bari il 5 Settembre del 1959.Compiuti i sedici anni parte come volontario alla Scuola Allievi Sottufficiali di Viterbo.In seguito è trasferito alla Scuola Telecomunicazioni di Chiavari, dove consegue la specializzazione di “Operatore Ponti Radio”. Conquistato il suo primo “successo”, viene distaccato presso la Caserma Cadorna di Bolzano.Nel 1983 decide di offrire una poderosa svolta al suo tracciato professionale. A malincuore, si separa dalla propria divisa. Si distacca da quelle mostrine da Geniere che ha sempre ammirato e si lascia coinvolgere da un nuovo mestiere. Il cercatore di bombe. A permetterglielo è la BO.CA.MI. di Milano, una ditta specializzata al recupero bellico, sia in terra sia in mare. Giovanni è entusiasta del nuovo lavoro ed i colleghi lo sono altrettanto di lui. Passa anni in giro per l’Italia a rintracciare bombe e la BO.CA.MI. gratifica il suo serio impegno professionale mandandolo ad un corso B.C.M. dove consegue il brevetto da “rastrellatore da mine” , N. 178. La BO.CA.MI. ha i suoi miti, e Lafirenze già ama il nutrito trascorso dei colleghi più anziani, che gli hanno ormai consegnato a piene mani le proprie esperienze. Il tempo è passato e Giovanni non ha mai obliato gli insegnamenti ricevuti, anzi nel tempo hanno sempre rappresentano il presente, dei suoi colleghi più giovani. Nel 2002 Giovanni Lafirenze consegue il brevetto d’assistente tecnico B.C.M. n. 165, ma non dimentica mai il suo passato da rastrellatore. Ormai la BO.CA.MI. non esiste più e Giovanni nel frattempo presta la sua opera presso altre ditte, specializzate anch’esse nel recupero ordigni bellici. Conosce altri colleghi, ma la sua vita non cambia. Almeno fino al 13 Novembre del 2004 quando alle ore 10:30 subisce un grave incidente, che lo costringe lontano dai cantieri per quasi un anno.In quei tragici mesi, decide di scrivere un libro “La Mia Bonifica”, che a suo giudizio deve rappresentare un messaggio d’amore al suo ambiente e, uno strumento-vetrina che permetta ai lettori di addentrarsi un lavoro mai considerato da nessuno.Lafirenze in parte è in errore, infatti anche accompagnato da enormi difficoltà a distanza di 12 mesi riprende a confrontarsi con la guerra sepolta e le sue bombe. Intanto “La Mia Bonifica”, ottiene discreti successi. L’autore è chiamato in diverse circostanze a sostenere conferenze su questo “nuovo” tema.
Conclusione:
Desidero lanciare un ultimo messaggio che vorrebbe sensibilizzare “tutti” i visitatori del sito: quante granate/ordigni, ho individuato e messo in luce nell’intero territorio italiano. Tante. Molte. Solo per fare un esempio: Sequals provincia di Pordenone 103.000 ordigni di vario tipo e genere. Allora? Una cosa è chiara, questi residuati bellici, non hanno origini biodegradabili e riescono ad essere ancora in grado di procurare seri danni a ognuno di noi e, in ogni luogo.



lunedì 13 ottobre 2008

Marò a sedici anni, di Sergio Moro



Novità: Marò a sedici anni. Con la Divisione San Marco in Liguria, 1944-1945, di Sergio Moro

Spinto dall’amor di patria, Sergio Moro, appena sedicenne, si arruola volontario nella Regia Marina nel 1943. Ma il suo sogno si infrange subito con il diffuso disfattismo di molti suoi compagni, e con l’8 settembre 1943, che lo coglierà a Pola. Catturato dai tedeschi e poi dai partigiani titini, riuscirà rocambolescamente a raggiungere la sua famiglia a Novara. La sua volontà di servire l’Italia lo porterà nuovamente sotto le armi, entrando volontario nella costituenda Divisione F.M. San Marco della RSI: dopo il meticoloso e duro addestramento in Germania, Moro, come i suoi camerati, rimarranno delusi di non essere inviati al fronte contro gli Alleati, ma saranno schierati in Liguria in funzione antisbarco. La lotta partigiana e l’inattività nei presidi logorerà la Divisione, ma, come messo in evidenza da Moro nel suo scritto, proprio nel momento più buio, cioè nel ripiegamento verso il nord nell’aprile 1945, la Divisione ritroverà la sua compattezza ed efficienza combattiva, aprendosi tenacemente la strada tra le forze partigiane che tentarono inutilmente di sbarrare il cammino della San Marco. Dopo la resa, Moro descrive la sua prigionia, tra le angherie dei partigiani e le dure condizioni del POW Camp di Coltano, il ritorno a casa, e il dopoguerra.

Brossura, F.to 14x21, 104 pagine, 55 tra foto e documenti in b/n, di proprietà dell’autore, 4 tavole a colori. Euro 15,00.

Memorie di un'Ausiliaria, di Raffaella Duelli


Novità: Ricordi di un’Ausiliaria. Con il Barbarigo da Roma al Fronte Sud, di Raffaella Duelli

Le memorie di Raffaella Duelli, Volontaria nel Battaglione Barbarigo della Decima Flottiglia Mas iniziano con la partenza del Barbarigo da Roma, narrando la lunga marcia del reparto verso il nord, sotto il mitragliamento degli aerei Alleati. Quindi, è descritta vividamente l'ultima battaglia del Barbarigo sul Fronte Sud, dal Senio a Comacchio: gli appunti di Raffaella, giovane Ausiliaria presso il Comando di Battaglione, tratteggiano con grande nitidezza i propri camerati, Ufficiali e Maro', la popolazione delle località colpite dai combattimenti, i terribili e continui attacchi aerei e d'artiglieria nemici, e gli ultimi giorni di guerra, con il drammatico combattimento di ripiegamento del Barbarigo verso il Po e la resa con l'onore delle armi a Padova. Dopo la prigionia, Raffaella Duelli si prodigo' nella ricerca delle salme dei soldati italiani caduti sul fronte di Nettuno, contribuendo a fondare il Campo della Memoria di Nettuno, oggi Cimitero di Guerra.

Il testo, illustrato dai disegni di Riccardo Benelli, è integrato da numerose fotografie e documenti di proprietà dell’autrice, e da due resoconti di Ufficiali del Barbarigo: la memoria inedita del Tenente Paolo Posio sui combattimenti del Battaglione a Nettuno, e quella del Generale Giorgio Farotti sulle ultime operazioni del Barbarigo sul Fronte Sud.

Brossura, F.to 14x21, 172 pagine, 60 foto e documenti b/n di proprietà dell’autrice, 4 tavole a colori. Euro 20,00.

domenica 12 ottobre 2008

I Battaglioni M in Russia


Novità:

I Battaglioni M in Russia, di Pierluigi Romeo di Colloredo

Mussolini inviò le proprie truppe in Russia a fianco dell’alleato germanico, le Camicie Nere dovevano costituire il simbolo vivente della partecipazione fascista alla lotta contro il comunismo sovietico. Sul fronte orientale combatterono i migliori reparti di Camicie Nere, i Battaglioni M, punta di lancia dello CSIR prima e dell’Armir poi, costantemente impegnate nelle azioni più difficili nelle avanzate prima, nella ritirata poi, i Battaglioni M scomparvero nella steppa dissanguandosi quasi sino all’ultimo uomo. Dal dopoguerra nella vastissima pubblicistica sulla partecipazione italiana alla campagna di Russia, sulle Camicie Nere è caduto l’oblio. Degli uomini in camicia nera è stato cancellato anche il ricordo, come qualcosa di cui vergognarsi.

Emme rossa! è la prima opera che sia stata mai dedicata alla storia di tutte le Unità della MVSN che combatterono in Russia, dai Raggruppamenti 3 Gennaio e 23 Marzo alla Legione di volontari croati in camicia nera, nel contesto della storia militare della Milizia e degli avvenimenti del fronte orientale dal 1941 al 1943. Di ogni reparto è ricostruita la struttura organizzativa e l’attività bellica. In appendice, le motivazioni delle Medaglie d’Oro al Valor Militare e gli inni dei Battaglioni M sul fronte orientale. L'appendice fotografica, cortesia dell'Ufficio Storico dello SME, include rare foto della Legione croata, e molte foto inedite ritraenti Legionari in azione.

Brossura, f.to 14x21, 242 pag, 86 foto in b/n, 25,00 Euro

Ordini e info: ars_italia@hotmail.com

lunedì 6 ottobre 2008

ITALIA a Corsico...



... per i quaranta anni del locale Gruppo ANMI: la manifestazione si terrà domenica 12 ottobre.

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
Rara foto in divisa da Ufficiale della Regia Marina

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
A Nettuno, nel Btg. Barbarigo della Xa MAS

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
Assieme ai suoi marò del Barbarigo

Decima MAS

Decima MAS
Ufficiali del Btg. Maestrale (poi Barbarigo): Tognoloni, Cencetti, Posio, Riondino...

MAS a Nettuno affondano un Pattugliatore americano

MAS a Nettuno affondano un Pattugliatore americano
L'azione di Chiarello e Candiollo in copertina all'Illustrazione del Popolo del 19 marzo 1944