giovedì 27 febbraio 2020

Novità: Due volte con gli arditi sul Piave, del Generale Ottavio Zoppi. Nuova edizione a cura di Monica G. Battaglia



Nel 1938 il Generale Ottavio Zoppi dava alle stampe il suo libro "Due volte con gli Arditi sul Piave", lasciando così traccia scritta della sua esperienza quale Comandante della 1a Divisione d'Assalto nelle due battaglie cruciali della fase finale della prima guerra mondiale sul fronte italiano: la Battaglia del Solstizio del giugno 1918 e la Battaglia di Vittorio Veneto dell'ottobre 1918. I motivi che lo indussero a scrivere li spiega egli stesso nella premessa: non cronaca, non storia ma racconto degli avvenimenti come si svolsero e di cui egli fu testimone e protagonista, intrecciando fatti d'arme e fattori umani, di fatto indissolubilmente vincolati gli uni agli altri. Ma, soprattutto, egli ne scrive per lasciare memoria del legame di riconoscenza che lo stringeva ai suoi eccezionali guerrieri, gli Arditi, narrandone le gesta. Tra la vastissima pubblicistica sugli Arditi, la presente ristampa di questo raro e ricercato volume, arricchito da approfondimenti e immagini a cura di Monica Gasparotto Battaglia e della Federazione Nazionale Arditi d'Italia, si segnala come tra le pochissime testimonianze contemporanee scientificamente storico-militari dedicate agli Arditi.

Formato 14x21, 116 pagg., alcune ill. bn e colori, Euro 18,00. Edito da ITALIA Storica, Genova 2020.

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Novità: La 317ª sezione. La lotta per la sopravvivenza di un plotone dell'esercito francese in Indocina




Laos del Nord, aprile 1953. La guerra d'Indocina è alla fine. La 317a Sezione, formata da quattro francesi e quarantuno ausiliari laotiani, riceve l'ordine di ripiegare a Tao-Tsaï, a oltre 150 chilometri di distanza: una missione impossibile attraverso la giungla infestata dai guerriglieri Viet Minh del generale Giap. Messisi in marcia alla guida del giovane ufficiale d'accademia sottotenente Torrens e dell'aiutante capo Willsdorff, un duro alsaziano già veterano della Wehrmacht sul fronte russo e della difesa di Berlino, ben presto vengono attaccati dai Viet Minh, che li costringono ad un susseguirsi continuo di scontri a fuoco, di imboscate, di tranelli reciproci. Facendosi largo tra un nemico implacabile e la natura ostile, i superstiti continuano disperatamente il lungo cammino verso le proprie linee e la salvezza, mentre le loro file si assottigliano sempre di più. Chi sopravvivrà a questa odissea?

Formato 15x23, 176 pagg., alcune ill. bn e colori, Euro 20,00. Edito da ITALIA Storica, Genova 2020.

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martedì 11 febbraio 2020

Falsità e tesi superate: le armi spuntate del negazionismo sulle Foibe

Risultato immagini per storia in rete 136



Sul n° 136 del mensile “Storia in Rete”, rivista spesso controcorrente e attenta ai temi dell’identità nazionale italiana, è presente uno “speciale” sul dramma delle Foibe e dai sempre più insistenti tentativi da sinistra – purtroppo talvolta con l’aiuto istituzionale e accademico – di “giustificare” o addirittura negare questa nostra tragedia tardivamente riconosciuta. Ringraziamo quindi Emanuele Mastrangelo e lo staff di “Storia in Rete” per l’autorizzazione a pubblicare questo stralcio dell’articolo di Lorenzo Salimbeni, una vera e propria serie di FAQ delle falsità giustificazioniste dei Claudia Cernigoi, Alessandra Kersevan, Wu Ming e accoliti e dell'ANPI, e come smentirle.

Aggiungiamo inoltre una nota su "le altre foibe", quelle degli oppositori e "nemici del popolo" croati, sloveni e serbi stessi di Tito. Ben più numerose, e con evidenti e inconfutabili prove fotografiche dei massacri di massa. A dimostrazione che non erano esclusivamente i veri o presunti "crimini nazifascisti" ad alimentare questi eccidi, ma bensì il cinico e lucido progetto totalitario, espansionistico e repressivo di Tito, maturato sin dai suoi esordi politici negli anni '20, pianificato lucidamente e eseguito dal suo rodato braccio armato, ossia la polizia politica dell'OZNA.

«E di Huda Jama resta ancora la testimonianza di un uomo che all’epoca dell’eccidio guidava uno dei camion che trasportavano i prigionieri, rinchiusi nel campo di concentramento di Teharje nel loro ultimo viaggio. I camion trasportarono per sette notti consecutive le vittime davanti alla miniera, fino a quando questa non si è riempita di cadaveri.
A tenere viva la memoria di queste vittime ancora oggi di serie B ci pensa in Slovenia Mitja Ferenc, professore di storia alla facoltà di filosofia dell’Università di Lubiana nonché presidente dal 1990 della speciale commissione incaricata di scoprire ed esplorare tutti i luoghi delle carneficine dei titini. Un elenco lunghissimo che illustra la “geografia” del terrore che imperava in Slovenia . ("Il Piccolo", 4/3/2015)

Al termine dell'articolo, una serie di fotografie della Huda Jama e escavazioni forensi di fosse comuni in Slovenia (1999-2009).

Andrea Lombardi



L’obbiettivo è sempre quello di sminuire il dramma delle Foibe e dell’Esodo. Gli argomenti sono noti: la repressione fascista, l’arroganza del nazionalismo italiano e poi i morti, pochi, per lo più fascisti e in numero simile a quanto registrato in altre parti. In fondo si era alla fine della Seconda guerra mondiale… Anche i metodi non sono nuovi: attacchi ad una fantomatica propaganda «neofascista», vecchi testi e dati ormai superati ma spacciati come le Tavole della Legge, contestualizzazioni «decontestualizzate». Il tutto condito da astio anti-italiano, un silenzio tombale sulle atrocità titine, un fastidio snob, molto ideologico e molto alla moda per tutto quanto è Patria. Ecco una replica, punto su punto, alle tesi di chi vuole cancellare uno dei grandi drammi italiani del Novecento.
Quando e perché
Sostiene la Bourbaki [nome di un collettivo antifascista molto attivo sulla questione Foibe e crimini partigiani]: “Nella presa di controllo del territorio da parte della popolazione locale (sia slovena e croata che italiana), ci furono indubitabilmente anche esecuzioni sommarie, ma va sicuramente considerato come queste furono una risposta ai crimini italiani nella regione che proseguivano da un ventennio (si noti come molti degli autori di questi atti vennero poi processati dagli stessi partigiani). Molti studiosi riconoscono che nel momento di sfaldamento dell’autorità seguente all’8 settembre ’43 si verificò una «jacquerie», una sorta di rivolta contadina, contro coloro che avevano detenuto il potere fino ad allora. L’insurrezione istriana – non dalmata – del 1943 ha poco a che fare con l’italianità o meno delle vittime, visto che erano italiani anche molti degli insorti. La violenza insurrezionale si rivolse contro la locale classe dirigente considerata compromessa con il fascismo e contro i possidenti. […] L’entrata dei partigiani a Trieste nel maggio del 1945 significò la liberazione dei prigionieri della Risiera di San Sabba, l’unico campo di concentramento nazista ora in territorio italiano dotato di forno crematorio.
Ricondurre la prima ondata di uccisioni nelle foibe istriane (avvenute contemporaneamente alle fucilazioni di italiani consumatesi a Spalato e in altre località della Dalmazia) ad un episodio di «jacquerie» è una tesi ormai superata: l’opera postuma di Elio Apih «Le Foibe giuliane» (Leg, Gorizia 2010, a cura di Roberto Spazzali) ha corroborato la chiave di lettura fornita a suo tempo dal professor Arnaldo Mauri, cioè che si è trattato dell’applicazione di una metodologia repressiva sovietica già sperimentata a Katyn a danno degli ufficiali polacchi fatti prigionieri nella campagna di settembre 1939, consistente nell’eliminazione delle figure di riferimento di una comunità nazionale e nell’azzeramento della sua classe dirigente, in maniera tale da lasciare i popoli in balia dei nuovi regimi comunisti, sovente privi di un vasto consenso. Inoltre nella Venezia Giulia gli opposti nazionalismi italiano e slavo, erano stati fomentati dalle autorità asburgiche nella fase finale dell’impero Austro-Ungarico secondo una subdola logica del divide et impera. Le mire espansionistiche slovene e croate nei confronti di quelle località della costa adriatica orientale in cui la maggioranza della popolazione era italiana, affondavano perciò le radici nella seconda metà dell’Ottocento e trovarono realizzazione non con il progetto di riforma trialista (cioè il progetto della creazione di un regno sloveno-croato all’interno dell’Impero asburgico) della compagine austro-ungarica a beneficio della componente slava, bensì dietro la bandiera rossa che l’esercito di Tito ostentava.
Gli italiani che furono partecipi delle violenze a danno dei propri connazionali, confermano il carattere di guerra civile che la Resistenza assunse ed in tale contesto avevano anteposto l’adesione ideologica al Comunismo all’appartenenza nazionale, laddove invece i loro «compagni» jugoslavi strumentalizzarono il Comunismo con finalità nazionaliste. Il nazionalcomunismo titoista incarnò, infatti, un progettò imperialista degli slavi del sud latente da tempo e che rivendicava territori in cui vi erano presenze slave (Carinzia austriaca, Friuli e Venezia Giulia italiane) nonché la trasformazione degli Stati confinanti balcanici (Albania, Bulgaria e Grecia) in satelliti di Belgrado, andando così a ledere la supremazia sovietica nell’Europa sudorientale. In questo progetto espansionista affondano le radici della rottura Tito-Stalin del 1948, ma le mire egemoniche titine così come gran parte delle epurazioni compiute a guerra finita rimasero sconosciute grazie alla spregiudicata politica estera del dittatore croato che di fatto, pur militando nelle logiche della Guerra Fredda fra i cosiddetti «Paesi Non Allineati», si rivelò un prezioso interlocutore per il blocco occidentale, che quindi silenziò qualunque ricerca e denuncia inerente le sue vessazioni.
Quanti
Sostiene la Bourbaki: “Ha scritto Internazionale il 10 febbraio 2016: “Secondo alcune fonti le vittime furono tra le quattromila e le seimila, per altre diecimila: ex fascisti, collaborazionisti e repubblichini, ma anche partigiani che non accettavano l’invasione jugoslava e cittadini qualunque”. Raffrontando queste cifre con il numero delle vittime delle violenze di fine guerra in altre zone d’Italia, si nota come il numero delle vittime non si discosti troppo da quello riscontrato altrove in Italia: il fenomeno si presenta dunque molto di più come una resa dei conti di fine guerra che come una violenza mirata contro gli italiani in quanto tali.
Secondo Giorgio Pisanò, certamente la fonte più dura e schierata sulle violenze dei partigiani, la Lombardia, che nel 1945 aveva circa sei milioni d’abitanti, a guerra finita vide ”rese dei conti” per complessivi ottomila morti. Altrettanti in Piemonte che aveva tre milioni e mezzo d’abitanti. Cinquemila morti si ebbero in Veneto, che aveva poco meno di quattro milioni d’abitanti. Dunque fra uno ogni 450 persone e uno su 850. La Venezia Giulia aveva circa un milione e centomila abitanti e solo nel 1945 vide almeno ottomila morti, fra infoibati e scomparsi nei lager jugoslavi. Uno ogni 140 persone. Una virulenza da tre a sei volte maggiore che in altre regioni dell’Alta Italia coinvolte nella Guerra Civile e nelle “rese dei conti” a conflitto terminato. […] Comunque che a guerra finita anche nel resto d’Italia vi siano stati episodi di giustizia sommaria e rese dei conti, non sminuisce certo l’impatto della tragedia rappresentata da foibe, deportazioni e campi di concentramento jugoslavi, anzi, dimostra la necessità di approfondimento, analisi e raccolta di testimonianze rilasciate da superstiti o loro congiunti. Il giustificazionismo che interpreta le foibe come risposta a violenze italiane (gran parte delle quali, per quanto odiose, attuate in tempo di conflitto ed applicando le leggi di guerra all’epoca vigenti ed alle quali si attenevano tutte le potenze belligeranti nelle forme di rappresaglie, campi di internamento e uso di ostaggi) non ha ragion d’essere in una comunità internazionale che si vorrebbe regolamentata dal diritto e dal senso di giustizia come quella che i vincitori della Seconda guerra mondiale intendevano istituire sulle macerie delle dittature sconfitte. Il carattere eccezionale delle stragi di italiani e di oppositori slavi del progetto totalitario di Tito risiede proprio nella coltre di silenzio che le ha avvolte per decenni, tanto da rendere necessaria l’istituzione di una Giornata del Ricordo dedicata a queste vittime.
Lorenzo Salimbeni
La rivista è disponibile in .pdf qui: http://www.storiainrete.com/11677/edicola/storia-in-rete-n-136-febbraio-2017/

Approfondimenti:











Fotografie della Huda Jama e escavazioni forensi di fosse comuni in Slovenia (1999-2009).

giovedì 30 gennaio 2020

NUOVO: Richard Siegert, L’ultimo Tiger. I combattimenti di un equipaggio di Panzer nella Festung Posen, 1945



Richard Siegert, L’ultimo Tiger. I combattimenti di un equipaggio di Panzer nella Festung Posen, 1945

Queste memorie sono un documento unico sui disperati combattimenti nella “Fortezza Posen” nel gennaio-febbraio 1945, quando la città di Posen (oggi Poznań, in Polonia) fu dichiarata piazzaforte da difendere sino all’ultima cartuccia dal Comando tedesco, visti attraverso dal giovane soldato Richard Siegert, incorporato nella guarnigione della Festung quale puntatore dell’unico Panzer VI “Tiger” tra il pugno di corazzati ivi presenti. La città, circondata e stretta d’assedio dall’Armata Rossa, fu difesa allo stremo da un raccogliticcio insieme di truppe, dai coraggiosi Allievi Ufficiali di Fanteria della Scuola Cadetti cittadina a unità territoriali e Volkssturm, che contesero palmo a palmo alle truppe d’assalto sovietiche appoggiate da carri armati, semoventi, artiglieria e aviazione tattica i quartieri e le fortificazioni della città. Il “Tiger” di Siegert fu una delle pietre angolari della difesa, intervenendo nei punti focali della battaglia e distruggendo con il suo potente 88 mm almeno diciassette carri armati T-34 e JS-2 “Stalin” e semoventi SU-152 e diversi cannoni controcarro nemici, continuando a combattere anche quando, immobilizzato, fu posto a difesa della Cittadella, l’ultimo punto di resistenza tedesco. Il resoconto di Siegert è poi testimone della resa della piazzaforte, delle atrocità subite dai civili e dai soldati tedeschi presi prigionieri, e delle durissime condizioni nei campi d’internamento sovietici.

Formato 15x23, 104 pagg., ill. bn e colori, profili a colori e mappe, Euro 16,00. Edito da Italia Storica, 2020.

venerdì 20 dicembre 2019

Novità: Sergio Pelagalli, QUAM HORRIDAE PUGNAE. Saggi di storia militare


Sergio Pelagalli

QUAM HORRIDAE PUGNAE. Saggi di storia militare

Analisi del fenomeno guerra - Ordinamenti militari nella storia
Arte militare o della guerra - Dall’armata sarda all’esercito italiano
Sociologia militare - Leggende nere, verità rimosse e curiosità militari

Come mai “tenente” generale è grado militare più elevato di “maggior” generale? Chi ha ucciso il general Cantore, leggendario “padre degli alpini”? Bava Beccaris: il ridicolo distrugge. Cattiva prova degli ufficiali americani in Vietnam. La “spagnola” (1918) mieté più vittime del conflitto che stava terminando. Quale stato ha mobilitato più uomini nella grande guerra? La forza da sbarco in Sicilia (1943) era più potente di quella in Normandia (1944). Beirut (1982-84): italiani all’altezza di marines americani e legione straniera francese. “Uomini di ferro su navi di legno hanno battuto uomini di legno su navi di ferro”. Alla “carica dei seicento” di Balaklava partecipano due ufficiali piemontesi. Le cinque giornate di Milano alla rovescia. Corti marziali statunitensi commutano sentenze capitali in pubbliche umiliazioni. Per chi “tira su” un numero basso, naia da sei o dodici anni. Sei alti ufficiali italiani destituiti dopo sole quarantott’ore di comando. Nei 33 secoli passati, soltanto due di pace. Non più “invasioni barbariche” ma “migrazioni di popoli”. L’epocale scontro di Poitiers: poco più d’una scaramuccia. Ruolo rivoluzionario della staffa: ridimensionato. L’equipaggiamento del cavaliere medievale valeva venti buoi. Le Crociate come “Iliade di baroni e Odissea di mercanti”. “I soldati devono temere più i loro ufficiali che il nemico”. “Quando vinceva, era l’esercito piemontese, quando perdeva era l’armata sarda”.

Questi sono alcuni degli argomenti sviscerati con competenza e brio dall’autore Sergio Pelagalli, Generale dell’Esercito Italiano e studioso di storia militare, in questa raccolta di saggi.

F.to 15x23 brossura, 382 pagg., alcune ill. bn, Euro 29,00.


ITALIA Storica, Genova 2019
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sabato 14 dicembre 2019

"PANZERJÄGER! Storia, reparti e armi delle truppe controcarro tedesche nella seconda guerra mondiale", recensito da Matteo Sacchi su "Il Giornale" di oggi


Ringraziamo "Il Giornale" e Matteo Sacchi per la bella recensione al ns "PANZERJÄGER! Storia, reparti e armi delle truppe controcarro tedesche nella seconda guerra mondiale", di Augusto Motolo e Wehrmacht Research Group, con la collaborazione di Andrea Lombardi. Il libro è disponibile presso le librerie specializzate di Milano e Roma e online, IBS e Amazon e direttamente da


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martedì 10 dicembre 2019

"PANZERJÄGER! Storia, reparti e armi delle truppe controcarro tedesche nella seconda guerra mondiale", recensito sulla Rivista Armi e Tiro


Ringraziamo Rivista Armi e Tiro e Ruggero Pettinelli per la bella recensione al ns "PANZERJÄGER! Storia, reparti e armi delle truppe controcarro tedesche nella seconda guerra mondiale", di Augusto Motolo e Wehrmacht Research Group, con la collaborazione di Andrea Lombardi. Il libro è disponibile presso le librerie specializzate di Milano e Roma e online, IBS e Amazon e direttamente da


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Più di 60 chili (sessanta!) di libri ITALIA Storica in spedizione domani!


Più di 60 chili (sessanta!) di libri ITALIA Storica in spedizione domani! Dalle novità PANZERJÄGER! e PANZER GENERAL di Heinz Guderian a titoli già "best seller" come CACCIATORI DI UOMINI e GRENADIERE, ordinati da clienti e librerie specializzate in tutta Italia! Un grazie a tutti voi lettori! Per info, ordini e per ricevere il nostro catalogo aggiornato, come sempre inviateci una mail o scaricatelo dal link in alto a destra!

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
Rara foto in divisa da Ufficiale della Regia Marina

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
A Nettuno, nel Btg. Barbarigo della Xa MAS

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
Assieme ai suoi marò del Barbarigo

Decima MAS

Decima MAS
Ufficiali del Btg. Maestrale (poi Barbarigo): Tognoloni, Cencetti, Posio, Riondino...

MAS a Nettuno affondano un Pattugliatore americano

MAS a Nettuno affondano un Pattugliatore americano
L'azione di Chiarello e Candiollo in copertina all'Illustrazione del Popolo del 19 marzo 1944