martedì 11 febbraio 2020

Falsità e tesi superate: le armi spuntate del negazionismo sulle Foibe

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Sul n° 136 del mensile “Storia in Rete”, rivista spesso controcorrente e attenta ai temi dell’identità nazionale italiana, è presente uno “speciale” sul dramma delle Foibe e dai sempre più insistenti tentativi da sinistra – purtroppo talvolta con l’aiuto istituzionale e accademico – di “giustificare” o addirittura negare questa nostra tragedia tardivamente riconosciuta. Ringraziamo quindi Emanuele Mastrangelo e lo staff di “Storia in Rete” per l’autorizzazione a pubblicare questo stralcio dell’articolo di Lorenzo Salimbeni, una vera e propria serie di FAQ delle falsità giustificazioniste dei Claudia Cernigoi, Alessandra Kersevan, Wu Ming e accoliti e dell'ANPI, e come smentirle.

Aggiungiamo inoltre una nota su "le altre foibe", quelle degli oppositori e "nemici del popolo" croati, sloveni e serbi stessi di Tito. Ben più numerose, e con evidenti e inconfutabili prove fotografiche dei massacri di massa. A dimostrazione che non erano esclusivamente i veri o presunti "crimini nazifascisti" ad alimentare questi eccidi, ma bensì il cinico e lucido progetto totalitario, espansionistico e repressivo di Tito, maturato sin dai suoi esordi politici negli anni '20, pianificato lucidamente e eseguito dal suo rodato braccio armato, ossia la polizia politica dell'OZNA.

«E di Huda Jama resta ancora la testimonianza di un uomo che all’epoca dell’eccidio guidava uno dei camion che trasportavano i prigionieri, rinchiusi nel campo di concentramento di Teharje nel loro ultimo viaggio. I camion trasportarono per sette notti consecutive le vittime davanti alla miniera, fino a quando questa non si è riempita di cadaveri.
A tenere viva la memoria di queste vittime ancora oggi di serie B ci pensa in Slovenia Mitja Ferenc, professore di storia alla facoltà di filosofia dell’Università di Lubiana nonché presidente dal 1990 della speciale commissione incaricata di scoprire ed esplorare tutti i luoghi delle carneficine dei titini. Un elenco lunghissimo che illustra la “geografia” del terrore che imperava in Slovenia . ("Il Piccolo", 4/3/2015)

Al termine dell'articolo, una serie di fotografie della Huda Jama e escavazioni forensi di fosse comuni in Slovenia (1999-2009).

Andrea Lombardi



L’obbiettivo è sempre quello di sminuire il dramma delle Foibe e dell’Esodo. Gli argomenti sono noti: la repressione fascista, l’arroganza del nazionalismo italiano e poi i morti, pochi, per lo più fascisti e in numero simile a quanto registrato in altre parti. In fondo si era alla fine della Seconda guerra mondiale… Anche i metodi non sono nuovi: attacchi ad una fantomatica propaganda «neofascista», vecchi testi e dati ormai superati ma spacciati come le Tavole della Legge, contestualizzazioni «decontestualizzate». Il tutto condito da astio anti-italiano, un silenzio tombale sulle atrocità titine, un fastidio snob, molto ideologico e molto alla moda per tutto quanto è Patria. Ecco una replica, punto su punto, alle tesi di chi vuole cancellare uno dei grandi drammi italiani del Novecento.
Quando e perché
Sostiene la Bourbaki [nome di un collettivo antifascista molto attivo sulla questione Foibe e crimini partigiani]: “Nella presa di controllo del territorio da parte della popolazione locale (sia slovena e croata che italiana), ci furono indubitabilmente anche esecuzioni sommarie, ma va sicuramente considerato come queste furono una risposta ai crimini italiani nella regione che proseguivano da un ventennio (si noti come molti degli autori di questi atti vennero poi processati dagli stessi partigiani). Molti studiosi riconoscono che nel momento di sfaldamento dell’autorità seguente all’8 settembre ’43 si verificò una «jacquerie», una sorta di rivolta contadina, contro coloro che avevano detenuto il potere fino ad allora. L’insurrezione istriana – non dalmata – del 1943 ha poco a che fare con l’italianità o meno delle vittime, visto che erano italiani anche molti degli insorti. La violenza insurrezionale si rivolse contro la locale classe dirigente considerata compromessa con il fascismo e contro i possidenti. […] L’entrata dei partigiani a Trieste nel maggio del 1945 significò la liberazione dei prigionieri della Risiera di San Sabba, l’unico campo di concentramento nazista ora in territorio italiano dotato di forno crematorio.
Ricondurre la prima ondata di uccisioni nelle foibe istriane (avvenute contemporaneamente alle fucilazioni di italiani consumatesi a Spalato e in altre località della Dalmazia) ad un episodio di «jacquerie» è una tesi ormai superata: l’opera postuma di Elio Apih «Le Foibe giuliane» (Leg, Gorizia 2010, a cura di Roberto Spazzali) ha corroborato la chiave di lettura fornita a suo tempo dal professor Arnaldo Mauri, cioè che si è trattato dell’applicazione di una metodologia repressiva sovietica già sperimentata a Katyn a danno degli ufficiali polacchi fatti prigionieri nella campagna di settembre 1939, consistente nell’eliminazione delle figure di riferimento di una comunità nazionale e nell’azzeramento della sua classe dirigente, in maniera tale da lasciare i popoli in balia dei nuovi regimi comunisti, sovente privi di un vasto consenso. Inoltre nella Venezia Giulia gli opposti nazionalismi italiano e slavo, erano stati fomentati dalle autorità asburgiche nella fase finale dell’impero Austro-Ungarico secondo una subdola logica del divide et impera. Le mire espansionistiche slovene e croate nei confronti di quelle località della costa adriatica orientale in cui la maggioranza della popolazione era italiana, affondavano perciò le radici nella seconda metà dell’Ottocento e trovarono realizzazione non con il progetto di riforma trialista (cioè il progetto della creazione di un regno sloveno-croato all’interno dell’Impero asburgico) della compagine austro-ungarica a beneficio della componente slava, bensì dietro la bandiera rossa che l’esercito di Tito ostentava.
Gli italiani che furono partecipi delle violenze a danno dei propri connazionali, confermano il carattere di guerra civile che la Resistenza assunse ed in tale contesto avevano anteposto l’adesione ideologica al Comunismo all’appartenenza nazionale, laddove invece i loro «compagni» jugoslavi strumentalizzarono il Comunismo con finalità nazionaliste. Il nazionalcomunismo titoista incarnò, infatti, un progettò imperialista degli slavi del sud latente da tempo e che rivendicava territori in cui vi erano presenze slave (Carinzia austriaca, Friuli e Venezia Giulia italiane) nonché la trasformazione degli Stati confinanti balcanici (Albania, Bulgaria e Grecia) in satelliti di Belgrado, andando così a ledere la supremazia sovietica nell’Europa sudorientale. In questo progetto espansionista affondano le radici della rottura Tito-Stalin del 1948, ma le mire egemoniche titine così come gran parte delle epurazioni compiute a guerra finita rimasero sconosciute grazie alla spregiudicata politica estera del dittatore croato che di fatto, pur militando nelle logiche della Guerra Fredda fra i cosiddetti «Paesi Non Allineati», si rivelò un prezioso interlocutore per il blocco occidentale, che quindi silenziò qualunque ricerca e denuncia inerente le sue vessazioni.
Quanti
Sostiene la Bourbaki: “Ha scritto Internazionale il 10 febbraio 2016: “Secondo alcune fonti le vittime furono tra le quattromila e le seimila, per altre diecimila: ex fascisti, collaborazionisti e repubblichini, ma anche partigiani che non accettavano l’invasione jugoslava e cittadini qualunque”. Raffrontando queste cifre con il numero delle vittime delle violenze di fine guerra in altre zone d’Italia, si nota come il numero delle vittime non si discosti troppo da quello riscontrato altrove in Italia: il fenomeno si presenta dunque molto di più come una resa dei conti di fine guerra che come una violenza mirata contro gli italiani in quanto tali.
Secondo Giorgio Pisanò, certamente la fonte più dura e schierata sulle violenze dei partigiani, la Lombardia, che nel 1945 aveva circa sei milioni d’abitanti, a guerra finita vide ”rese dei conti” per complessivi ottomila morti. Altrettanti in Piemonte che aveva tre milioni e mezzo d’abitanti. Cinquemila morti si ebbero in Veneto, che aveva poco meno di quattro milioni d’abitanti. Dunque fra uno ogni 450 persone e uno su 850. La Venezia Giulia aveva circa un milione e centomila abitanti e solo nel 1945 vide almeno ottomila morti, fra infoibati e scomparsi nei lager jugoslavi. Uno ogni 140 persone. Una virulenza da tre a sei volte maggiore che in altre regioni dell’Alta Italia coinvolte nella Guerra Civile e nelle “rese dei conti” a conflitto terminato. […] Comunque che a guerra finita anche nel resto d’Italia vi siano stati episodi di giustizia sommaria e rese dei conti, non sminuisce certo l’impatto della tragedia rappresentata da foibe, deportazioni e campi di concentramento jugoslavi, anzi, dimostra la necessità di approfondimento, analisi e raccolta di testimonianze rilasciate da superstiti o loro congiunti. Il giustificazionismo che interpreta le foibe come risposta a violenze italiane (gran parte delle quali, per quanto odiose, attuate in tempo di conflitto ed applicando le leggi di guerra all’epoca vigenti ed alle quali si attenevano tutte le potenze belligeranti nelle forme di rappresaglie, campi di internamento e uso di ostaggi) non ha ragion d’essere in una comunità internazionale che si vorrebbe regolamentata dal diritto e dal senso di giustizia come quella che i vincitori della Seconda guerra mondiale intendevano istituire sulle macerie delle dittature sconfitte. Il carattere eccezionale delle stragi di italiani e di oppositori slavi del progetto totalitario di Tito risiede proprio nella coltre di silenzio che le ha avvolte per decenni, tanto da rendere necessaria l’istituzione di una Giornata del Ricordo dedicata a queste vittime.
Lorenzo Salimbeni
La rivista è disponibile in .pdf qui: http://www.storiainrete.com/11677/edicola/storia-in-rete-n-136-febbraio-2017/

Approfondimenti:











Fotografie della Huda Jama e escavazioni forensi di fosse comuni in Slovenia (1999-2009).

giovedì 30 gennaio 2020

NUOVO: Richard Siegert, L’ultimo Tiger. I combattimenti di un equipaggio di Panzer nella Festung Posen, 1945



Richard Siegert, L’ultimo Tiger. I combattimenti di un equipaggio di Panzer nella Festung Posen, 1945

Queste memorie sono un documento unico sui disperati combattimenti nella “Fortezza Posen” nel gennaio-febbraio 1945, quando la città di Posen (oggi Poznań, in Polonia) fu dichiarata piazzaforte da difendere sino all’ultima cartuccia dal Comando tedesco, visti attraverso dal giovane soldato Richard Siegert, incorporato nella guarnigione della Festung quale puntatore dell’unico Panzer VI “Tiger” tra il pugno di corazzati ivi presenti. La città, circondata e stretta d’assedio dall’Armata Rossa, fu difesa allo stremo da un raccogliticcio insieme di truppe, dai coraggiosi Allievi Ufficiali di Fanteria della Scuola Cadetti cittadina a unità territoriali e Volkssturm, che contesero palmo a palmo alle truppe d’assalto sovietiche appoggiate da carri armati, semoventi, artiglieria e aviazione tattica i quartieri e le fortificazioni della città. Il “Tiger” di Siegert fu una delle pietre angolari della difesa, intervenendo nei punti focali della battaglia e distruggendo con il suo potente 88 mm almeno diciassette carri armati T-34 e JS-2 “Stalin” e semoventi SU-152 e diversi cannoni controcarro nemici, continuando a combattere anche quando, immobilizzato, fu posto a difesa della Cittadella, l’ultimo punto di resistenza tedesco. Il resoconto di Siegert è poi testimone della resa della piazzaforte, delle atrocità subite dai civili e dai soldati tedeschi presi prigionieri, e delle durissime condizioni nei campi d’internamento sovietici.

Formato 15x23, 104 pagg., ill. bn e colori, profili a colori e mappe, Euro 16,00. Edito da Italia Storica, 2020.

venerdì 20 dicembre 2019

Novità: Sergio Pelagalli, QUAM HORRIDAE PUGNAE. Saggi di storia militare


Sergio Pelagalli

QUAM HORRIDAE PUGNAE. Saggi di storia militare

Analisi del fenomeno guerra - Ordinamenti militari nella storia
Arte militare o della guerra - Dall’armata sarda all’esercito italiano
Sociologia militare - Leggende nere, verità rimosse e curiosità militari

Come mai “tenente” generale è grado militare più elevato di “maggior” generale? Chi ha ucciso il general Cantore, leggendario “padre degli alpini”? Bava Beccaris: il ridicolo distrugge. Cattiva prova degli ufficiali americani in Vietnam. La “spagnola” (1918) mieté più vittime del conflitto che stava terminando. Quale stato ha mobilitato più uomini nella grande guerra? La forza da sbarco in Sicilia (1943) era più potente di quella in Normandia (1944). Beirut (1982-84): italiani all’altezza di marines americani e legione straniera francese. “Uomini di ferro su navi di legno hanno battuto uomini di legno su navi di ferro”. Alla “carica dei seicento” di Balaklava partecipano due ufficiali piemontesi. Le cinque giornate di Milano alla rovescia. Corti marziali statunitensi commutano sentenze capitali in pubbliche umiliazioni. Per chi “tira su” un numero basso, naia da sei o dodici anni. Sei alti ufficiali italiani destituiti dopo sole quarantott’ore di comando. Nei 33 secoli passati, soltanto due di pace. Non più “invasioni barbariche” ma “migrazioni di popoli”. L’epocale scontro di Poitiers: poco più d’una scaramuccia. Ruolo rivoluzionario della staffa: ridimensionato. L’equipaggiamento del cavaliere medievale valeva venti buoi. Le Crociate come “Iliade di baroni e Odissea di mercanti”. “I soldati devono temere più i loro ufficiali che il nemico”. “Quando vinceva, era l’esercito piemontese, quando perdeva era l’armata sarda”.

Questi sono alcuni degli argomenti sviscerati con competenza e brio dall’autore Sergio Pelagalli, Generale dell’Esercito Italiano e studioso di storia militare, in questa raccolta di saggi.

F.to 15x23 brossura, 382 pagg., alcune ill. bn, Euro 29,00.


ITALIA Storica, Genova 2019
Info e ordini:
Telefono: 010 8983461
E-Mail: ars_italia@hotmail.com

Disponibile anche su IBs e Amazon.

sabato 14 dicembre 2019

"PANZERJÄGER! Storia, reparti e armi delle truppe controcarro tedesche nella seconda guerra mondiale", recensito da Matteo Sacchi su "Il Giornale" di oggi


Ringraziamo "Il Giornale" e Matteo Sacchi per la bella recensione al ns "PANZERJÄGER! Storia, reparti e armi delle truppe controcarro tedesche nella seconda guerra mondiale", di Augusto Motolo e Wehrmacht Research Group, con la collaborazione di Andrea Lombardi. Il libro è disponibile presso le librerie specializzate di Milano e Roma e online, IBS e Amazon e direttamente da


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16144 Genova
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Tel.Cell.: 348 6708340
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martedì 10 dicembre 2019

"PANZERJÄGER! Storia, reparti e armi delle truppe controcarro tedesche nella seconda guerra mondiale", recensito sulla Rivista Armi e Tiro


Ringraziamo Rivista Armi e Tiro e Ruggero Pettinelli per la bella recensione al ns "PANZERJÄGER! Storia, reparti e armi delle truppe controcarro tedesche nella seconda guerra mondiale", di Augusto Motolo e Wehrmacht Research Group, con la collaborazione di Andrea Lombardi. Il libro è disponibile presso le librerie specializzate di Milano e Roma e online, IBS e Amazon e direttamente da


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Via Onorato 9/18
16144 Genova
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Tel.Cell.: 348 6708340
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sabato 7 dicembre 2019

Fatti e misfatti del Comunismo italiano, un "libro nero" ancora da scrivere, di Ugo Finetti

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La Resistenza ha veramente “liberato l’Italia”? I partigiani comunisti volevano abbattere il Fascismo per “la democrazia” o per imporre una dittatura sovietica? È per questo motivo che in più occasioni i partigiani comunisti hanno freddamente ucciso dei partigiani cattolici, monarchici o socialisti? L’intenzione di Togliatti era veramente quella di graziare i fascisti con la sua discussa Amnistia o intendeva coprire i crimini partigiani? Che legame c’era tra il PCI con l’URSS staliniana e della Guerra Fredda e le Brigate Rosse? Risponde a tutte queste domande, quanto mai attuali e necessarie nell'odierno inaudito clima di censura e di pensiero unico, il giornalista e passato caporedattore RAI Ugo Finetti.


«La partecipazione dei comunisti italiani al “libro nero” del comunismo mondiale è un capitolo notevole ancora tutto da scrivere. Un enorme buco nero copre fatti e misfatti del comunismo italiano». Fatti e misfatti che attraversano la nostra storia nazionale ma investono anche eventi accaduti all’estero, «come gli antifascisti ammazzati a Mosca, o i cattolici trucidati in Spagna». Un buco nero «che investe direttamente le responsabilità di Palmiro Togliatti e con il quale, ancora oggi, nonostante le apparenze, i postcomunisti non vogliono fare i conti».
Ugo Finetti, giornalista e storico, non ha dubbi: c’è un unico filo rosso che attraversa il lungo “secolo breve” italiano ancora tutto da riannodare, perché «in Italia i fatti sono stati cancellati». Studioso rigoroso, autore di numerose pubblicazioni sull’argomento, Finetti prova a far luce in questo buco nero analizzando alcuni passaggi cruciali: dal ruolo svolto dai comunisti nella vicenda dell’Aventino ai crimini compiuti nel corso della Resistenza e nell’immediato dopoguerra, dal colpo di Stato cui anelava il PCI al falso mito del “partito nuovo” fino alle BR e alle centrali internazionali del terrore.

Ancora oggi è molto radicata l’idea che cattolici e comunisti abbiano combattuto la guerra partigiana assieme per il medesimo obiettivo: riportare la democrazia in Italia. Eppure numerosi fatti, episodi e testimonianze sembrano dimostrare il contrario...
«Nella Resistenza ognuno aveva un progetto diverso. Nei comunisti, memori del leninismo della Grande guerra - quello della trasformazione della guerra in guerra rivoluzionaria - c’era l’idea di dare al conflitto uno sbocco, appunto, rivoluzionario. I comunisti avevano l’idea di prendere le armi per realizzare l’obiettivo di un regime sostanzialmente socialistico. Anzi, questo era l’obiettivo dello stesso Togliatti».

Stando così le cose, come hanno potuto convivere nella Resistenza ipotesi e idee così divergenti fra loro? A mezzo secolo di distanza qual è la spiegazione, al di là delle verità ufficiali?
«E semplice: nonostante le differenze cui lei accenna, il quadro politico di tenuta c’era. Esisteva una consapevolezza politica di Togliatti che veniva dalla sua esperienza maturata nella guerra di Spagna».

Che cosa c’entra la guerra di Spagna?
«Togliatti aveva fatto una riflessione autocritica: in Spagna i comunisti erano stati sconfitti anche perché avevano fatto una politica terroristica anticattolica. Lo stesso Togliatti aveva scritto su quest’argomento. Dall’altro lato, in ambito cattolico, c’era una forte inclinazione antifascista e antinazista. Il Vaticano soffriva da un lato della politica di Hitler che considerava pagana, e dall’altro - anche se solo in parte - della politica di Mussolini. Senza dimenticare, naturalmente, che Stalin era stato accreditato da Roosevelt nell’ambito di un’alleanza internazionale».

Tuttavia è innegabile che l’obiettivo ultimo dei comunisti era apparso chiaro a tutti fin dall’inizio della Resistenza...
«Non c’è il minimo dubbio. Basti pensare ai fatti di Porzus, dove le vittime furono partigiani antifascisti; poi vi fu la vicenda delle foibe, dove loro ammazzarono tutti quelli che non erano comunisti; e ancora, nell’immediato dopoguerra, il “Triangolo della morte” fu anch’esso fortemente anticattolico».

Ma allora perché, alla luce delle cose che lei ha appena detto, è ancora così forte l’idea del “patto antifascista”?
«La colpa è certamente della storiografia ufficiale che ha tramandato e tramanda una storia della Resistenza mitica, che lo stesso Giorgio Amendola aveva contrastato. Già negli anni ‘60 Amendola affermò che non bisognava dimenticare che i partigiani si sparavano tra loro».

Eppure, ancora oggi, un film come “Il partigiano Johnny” suscita scalpore...
«Certo: la Resistenza fu un convergere di diverse posizioni, ci furono fatti di sangue così come ci furono forti dissociazioni. Vede, il problema è che in Italia i fatti sono stati cancellati. Per esempio: perché si è proseguito ad una sommaria esecuzione di Mussolini, cosa che non era nei patti del CLN, che invece doveva consegnarlo agli Alleati per il processo? E la defenestrazione del capo del CLN, per opera dei comunisti, proprio alla vigilia della cattura di “Benito”?».

Una memoria occultata...
«La colpa è di molti storici; se la storia è scritta da quelli che facevano gli editoriali sull’Unità, beh... L’ingerenza dei comunisti nel campo dell’istruzione ha portato a dei manuali che sulla storia d’Italia, e in particolare sili fatti della Resistenza e del dopoguerra, hanno fatto un’enorme mistificazione».

Dunque quest’egemonia è ancora forte?
«I libri di storia non descrivono la Resistenza per ciò che è stata, ma raccontano che ci sono i comunisti che vogliono la democrazia e gli altri partiti che sono filoamericani e reazionari».

Sta pensando alla vicenda di Edgardo Sogno?
«Quella è una storia emblematica, figlia di qualcosa che viene da lontano. I comunisti hanno sempre demonizzato l’antifascismo senza i comunisti».

In che senso?
«Basti pensare all’Aventino, cioè, a quello che fu il vero atto di nascita dell’antifascismo. I comunisti, d’accordo con i sovietici, disertarono l’Aventino perché, come disse Gramsci al Comitato centrale, bisognava evitare “un governo dei ceti medi”. Per i comunisti, l’Aventino rischiava di portare un governo dei ceti medi quindi, nella loro ottica, meglio il fascismo che avrebbe portato ad una radicalizzazione prerivoluzionaria. Insomma, i comunisti hanno involgarito ogni atto dell’antifascismo e, per tornare a quanto dicevo prima, la responsabilità degli storici non comunisti è stata quella, ad esempio, di accettare quest’interpretazione dell’Aventino».

Dunque possiamo affermare che i comunisti si sono serviti dell’antifascismo per accreditarsi come partito democratico?
«Loro hanno pugnalato alla schiena l’antifascismo in due occasioni storiche: una è stata nel ‘24 con l’Aventino, l’altra è stata nel ‘39...».

Nel ‘39?
«Sì, perché, ancora oggi, c’è qualcuno che sostiene che la Seconda guerra mondiale è stata scatenata da Hitler e Stalin n’è stata la vittima...».

Non andò così?
«Scherza? La Seconda guerra mondiale fu scatenata da Hitler e Stalin assieme. L’invasione tedesca della Polonia avvenne il giorno dopo che il Soviet supremo ratificò il patto Hitler-Stalin di fine agosto. Hitler fu molto attento alle forme, e prima di dare esecuzione al patto con Stalin attese la ratifica del Parlamento sovietico. Quando, il 30 agosto, il Soviet ratificò l’accordo, il giorno dopo la Germania invase la Polonia».

Alcuni documenti, saltati fuori negli ultimi tempi, dimostrerebbero come il PCI puntasse, nell’immediato dopoguerra, al colpo di Stato in Italia. Questi documenti quanto possono modificare il giudizio sul cosiddetto “partito nuovo” di Togliatti? Quanto è credibile l’immagine del leader del PCI che torna in Italia e fonda un partito “nazionale e democratico”?
«Primo: quella della cosiddetta via italiana al comunismo è una leggenda, perché la svolta di Salerno fu dettata da Stalin in persona. Secondo: quella del partito nuovo, non era una grande originalità: pensi che ne parlava Lenin...».

E tutte le discussioni che ci furono nel PCI e il dibattito che ne scaturì?
«La verità è che Togliatti creò dei comitati unitari, tipo anni ‘30, dove c’erano diverse componenti, ma poi la struttura organizzativa era saldamente nelle mani dei comunisti. Così il “partito nuovo” di Togliatti, altro non fu che un grosso Comitato unitario, apparentemente aperto a tutti e senza discriminazioni, ma con una struttura di direzione fortemente centralizzata, secondo i principi del centralismo democratico. Quello che sto cercando di dire, è una cosa molto semplice: nel momento in cui c’è una struttura di tipo leninista a livello decisionale, il resto è una parata da Comitato unitario, da Comitato antifascista...».

Sarà anche così, però è proprio da lì che nasce l’idea di un PCI democratico, che avrebbe preso il potere solo con libere elezioni...
«Togliatti non aveva un progetto immediatamente rivoluzionario. La struttura parallela, che sarebbe stata successivamente creata, era nell’ipotesi dello scoppio di una guerra mondiale, nella quale i comunisti avrebbero dovuto appoggiare l’URSS. I comunisti italiani pensavano di arrivare al potere attraverso un’egemonia organizzativa. Lo stesso De Gasperi, in una lettera a Luigi Sturzo mentre era al governo con Togliatti, scrisse: “Io penso che i comunisti abbiano intenzione di impossessarsi del potere, di dar vita ad una dittatura comunista per via democratica”. In realtà De Gasperi avvertiva che il PCI, stava facendo un’azione di penetrazione nello Stato: il sindacato unitario, Togliatti che faceva un’azione nella magistratura... Insomma, loro pensavano di fare come in Cecoslovacchia, dove i comunisti attuarono quello che noi chiamiamo colpo di Stato. Un colpo di Stato che loro presentavano come un fatto democratico, perché formalmente ci fu una votazione del Parlamento con circa 70-80 deputati che si rifiutarono di ratificare il cambio della guardia. Ciò fu possibile perché c’era il comitato di agitazione sindacale che si era impossessato dei ministeri e prese deputato per deputato per fargli mettere la firma: chi non firmava decadeva. Era lo schema che aveva il PCI: agire attraverso un’organizzazione di massa che tenesse il controllo della piazza e influisse sulle decisioni dei rappresentanti ufficiali».

Lo storico Gianni Donno, consulente della commissione Stragi, parla della Gladio Rossa come di un peccato d’origine. Scrive Donno: “La Gladio Rossa rappresenta il vero vulnus (originario, costitutivo) della storia della democrazia repubblicana italiana”. E d’accordo?

«Si tratta di un giudizio. Piuttosto, per capire, bisogna mettersi dal punto di vista dei comunisti. Loro ritengono il terreno democratico infido, scivoloso. Da Togliatti a Berlinguer e fino a che non si è sciolto, il PCI ha vissuto e coltivato a sua volta l’ossessione del colpo di Stato. Per loro la democrazia in Italia è stata costantemente minacciata, DC e PSI non erano forze solide e, secondo i comunisti, potevano sempre finire nelle mani dei golpisti. In realtà, la democrazia in Italia è stata tenuta soprattutto da DC e PSI. Per questo i comunisti hanno sempre mantenuto un apparato organizzativo, militare e finanziario. Loro vivevano con le radio che erano sintonizzate sulle frequenze della polizia nell’attesa di intercettare i primi messaggi di colpo di Stato».

Dunque, in un certo senso erano i difensori della democrazia?
«Un momento. Dalla parte loro i comunisti hanno non solo mantenuto una struttura parallela, ma hanno anche alimentato tutta una cultura di doppio Stato i cui frutti, poi, si sono visti».

A che cosa si riferisce?
«Il brigatismo non nasce da alcuni giovinastri, ma da organizzatori che vengono dal mondo resistenziale, dalla capacità di organizzare l’apparato clandestino del PCI».

D’altra parte gli stessi fondatori delle BR ammettono l’influenza e il fascino, anche culturale, che il mito della “Resistenza tradita” esercitò su di loro...
«Non solo. Inoltre si appoggiarono alla struttura, innanzitutto cecoslovacca, che era quella con cui erano in rapporto anche i comunisti».

Vorrei farle notare, però, che una certa storiografia - accreditando lo scenario di un PCI diviso tra un Togliatti democratico e gradualista e un Secchia rivoluzionario - ha concluso che, avendo avuto la meglio Togliatti, la legittimità democratica del PCI non può essere messa in discussione...
«Si tratta di una cosa assolutamente non vera. Secchia era entrato in conflitto con Togliatti dopo il ‘53, cioè dopo la morte di Stalin, perché era andato a Mosca e aveva partecipato alla riunione dove le delegazioni di PCI e PCF furono informate da Malenkov e Kruscev che avrebbero dovuto cambiare anche loro, adeguarsi. Il Secchia che torna in Italia sa che lo stesso Togliatti è un po’ delegittimato.
Infatti, il leader del PCI ha sempre avuto un atteggiamento frenante sulla destalinizzazione, è sempre stato contro Kruscev e cercò di frenare le rivelazioni contro Stalin. Togliatti, non dimentichiamolo, negò sempre la veridicità del rapporto Kruscev che non fu mai pubblicato con Togliatti vivente. Non è vero che ci furono un Secchia “resistenziale” e un Togliatti “democratico”, in realtà Secchia era uno che cominciò a fare la fronda a Togliatti, ritornando da Mosca con la consapevolezza che anche a livello internazionale molti vecchi leader si avviavano al tramonto. La divaricazione Secchia-Togliatti è una cosa propagandistica».

Sta di fatto, però, che Secchia fu il vero artefice dell’apparato militare...
«Guardi che tutto quello che era l’apparato clandestino del PCI non era stato costituito di nascosto, all’insaputa o nonostante Togliatti, ma con Togliatti consapevole: per esempio, Massimo Caprara ricorda bene la vicenda di Schio...».

Si riferisce al dopo-strage di Schio, come la racconta Caprara nel suo libro L’inchiostro verde di Togliatti?
«Certo. Fu Togliatti, ministro della Giustizia, e non Secchia a proteggere gli autori della strage, (di cui abbiamo parlato diffusamente all’inizio di questo libro, NdA) e ad organizzarne la fuga in Cecoslovacchia: si è visto mai un ministro della Giustizia che organizza la fuga dei responsabili di una strage? Ecco chi era Togliatti».

E l’immagine di Togliatti antistalinista?
«Falsa anche quella: Togliatti è sempre stato un uomo del Comintern anzi, lui aveva una notevole considerazione di se stesso proprio come grande leader del movimento comunista internazionale».

Dunque, ha ragione Aldo Schiavone quando scrive che il PCI è stato una forza nemica del processo di democratizzazione?
«Togliatti è uno che si è mosso in un quadro democratico, ma se avesse avuto le mani libere la storia d’Italia sarebbe stata diversa».

Veniamo alla domanda cruciale: se è vero tutto questo, per¬ché non si è ancora arrivati a scrivere il libro nero del comunismo italiano?
«Nemmeno chi ha scritto il “libro nero” lo ha fatto e lo stesso Courtois è stato costretto all’autocritica. La verità è che c’è un buco nero enorme: la partecipazione dei comunisti italiani al libro nero non è cosa da poco, è un capitolo notevole».

Vogliamo provare a descriverla per sommi capi?
«E una storia che comincia con gli assassini in Urss. Pensi, sono trascorsi dieci anni da quando è morto Guelfo Zaccaria, che fu il primo a denunciare il massacro di 200 su 600 antifascisti a Mosca. E bene ricordare che, quando lui lo disse nel ‘63, tutti lo negarono, a cominciare dai comunisti italiani: solo ora questa verità è accettata. Poi c’è stata la guerra di Spagna, nel corso della quale i comunisti italiani e Togliatti in prima persona ebbero un ruolo rilevante: Togliatti era il commissario politico che dava ordini direttamente al governo spagnolo. Infine, c’è il capitolo dei massacri nel corso della Resistenza. Ho già ricordato due episodi per tutti: Porzus e le foibe».

Quella delle foibe, in particolare, è una vicenda emblematica...
«Fu Togliatti a dare l’ordine ai partigiani di indossare la divisa titilla, e la strage di Porzus, infatti, nacque proprio dalla circostanza che i partigiani non comunisti rifiutarono di farsi inquadrare dai titini. Inoltre, con Togliatti Guardasigilli c’è il boom delle stragi: da Schio alla Volante Rossa e fino al Triangolo dell’Emilia è con Togliatti ministro della Giustizia che le stragi raggiungono il loro punto più alto».

Però Togliatti fu anche l’uomo dell’amnistia...
«Un’altra leggenda. Togliatti non voleva l’amnistia per i fascisti. Il suo progetto era l’amnistia per le stragi compiute dai non fascisti. Poi, lui andò in minoranza in Consiglio dei ministri e il testo fu emendato: lo stesso Togliatti ebbe un giudizio critico, perché in quel momento era in difficoltà. L’amnistia, infatti, fu realizzata all’indomani delle elezioni per la Costituente, nelle quali Togliatti portò a casa un brutto risultato: il PCI arrivò terzo e il suo leader fu messo sotto accusa dalla direzione. C’è una coincidenza temporale tra le riunioni della direzione, nel corso delle quali Togliatti è costretto a fronteggiare le accuse interne, e le riunioni del Consiglio dei ministri sull’amnistia che sono del giugno ‘46. Il testo dell’amnistia è emendato attraverso varie riunioni fino a quella del 22 giugno, dove Togliatti dirà che “alcune conseguenze negative (in seguito all’esito del voto, NdA) già si sono avute: per esempio nel contenuto dell’amnistia, misura che il nostro partito ha approvato ma che avrebbe voluto contenere in limiti più restrittivi per i fascisti”...».

Sta dicendo che non si trattò di un provvedimento di pacificazione?
«Assolutamente no. Togliatti era contrario, fu messo in minoranza e non aveva in quel momento grandi capacità di contrattazione perché era sotto accusa nel partito».

Il dossier Mitrokhin è stata un’occasione persa dai postcomunisti per fare i conti con questa storia che è la loro storia?
«Loro non intendono affatto fare i conti con la storia».

Eppure dovrebbero essere i primi ad avere interesse a gettare un po’ di luce su quei fatti, non crede?
«Il congresso del 1991 (quello della trasformazione del PCI in PDS, NdA) fu presieduto dalla vedova di Togliatti, che fece un lungo discorso senza mai nominare Togliatti».

Questo che cosa vuol dire?
«Che fanno fare il discorso alla vedova di Togliatti, per sottolinearne la continuità, ma non vogliono fare i conti con il loro passato. Al congresso del Lingotto di Torino (l’ultimo congresso celebrato dai DS, partito precedente l'attuale PD NdA) la platea andò in delirio quando sul video comparvero Togliatti, Gramsci e Berlinguer. Da parte loro non c’è alcuna revisione: continuano a ritenere che in Italia Gramsci, Togliatti e Berlinguer abbiano sempre avuto ragione. Gli stessi storici francesi, quelli di sinistra per intenderci, affermano che il grande ritardo degli storiografi italiani è stato quello di aver sempre sopravvalutato la storia nazionale del PCI e sottovalutato il rapporto con il Comintern; hanno sempre fatto una storia del PCI come erede di Machiavelli, De Sanctis e Croce. Ma la verità è un’altra».




UGO FINETTI, QUEL CAPITOLO DEL “LIBRO NERO” ANCORA TUTTO DA SCRIVERE, in A. De Simone e V. Nardiello, Appunti per un libro nero del comunismo italiano, Napoli 2004.

mercoledì 27 novembre 2019

Gabriele Parodi – Paola Coraini, ARDITO IN PACE E IN GUERRA - Il Generale Silvio Parodi dalla grande guerra alla Repubblica Sociale Italiana


Gabriele Parodi – Paola Coraini
ARDITO IN PACE E IN GUERRA
Il Generale Silvio Parodi dalla grande guerra
alla Repubblica Sociale Italiana

Questo saggio è stato pensato e voluto per colmare un vuoto nella ricerca storica nel settore specifico di Genova nel ‘900 e in particolare durante il Fascismo, riguardando una personalità spesso citata e nominata ma di cui non era mai stata scritta una biografia completa: quella del Generale MBVM Silvio Parodi (1878-1944), ufficiale d’Accademia, Ardito decorato nella Grande Guerra e nella Campagna di Libia del 1919, squadrista della prima ora, politico e uomo delle Istituzioni – da commissario civile di Traù (Trogir) in Dalmazia nel 1941-1943 a commissario prefettizio di Genova durante la RSI, ruolo che ne sancì la tragica fine per mano partigiana ­–, mecenate e filantropo. Una vita che abbiamo cercato di ricostruire con tutte le fonti a nostra disposizione, tra le quali molte inedite, come sempre mantenendoci fedeli ad esse, senza retorica, ma con quell'entusiasmo ed ammirazione che suscita questa figura alla cui opera non abbiamo potuto rimanere indifferenti.

Formato 14x21, brossura, 136 pagg., ill. bn e colori, Euro 16,00


Edito da:
 
ITALIA Storica
Via Onorato 9/18
16144 Genova
GE

Info e ordini: ars_italia@hotmail.com

Il Comandante Bardelli

Il Comandante Bardelli
Rara foto in divisa da Ufficiale della Regia Marina

Il Comandante Bardelli

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A Nettuno, nel Btg. Barbarigo della Xa MAS

Il Comandante Bardelli

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Assieme ai suoi marò del Barbarigo

Decima MAS

Decima MAS
Ufficiali del Btg. Maestrale (poi Barbarigo): Tognoloni, Cencetti, Posio, Riondino...

MAS a Nettuno affondano un Pattugliatore americano

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L'azione di Chiarello e Candiollo in copertina all'Illustrazione del Popolo del 19 marzo 1944